lunedì 15 giugno 2026

La Bella Signora (2)

 Ed ecco un secondo capitolo, fresco fresco. Mille parole scritte di getto, quasi con la leggerezza di un tempo.

Continua la storia della misteriosa Bella Signora che abita i sogni di una famiglia.

Buona lettura!


II

 

Stava risalendo le scale tornando dal lavoro, aveva caldo, era sudato, le scarpe che aveva indossato per tutto il giorno in banca gli stavano strette e gli facevano venire prurito ai piedi, e le due borse della spesa comprate al supermercato sotto casa gli stavano segando le dita. Nulla avrebbe potuto peggiorare la sua giornata, tranne che … il telefono, stava suonando il telefono in casa sua. Lui di certo non avrebbe accelerato quello che stava facendo, per rispondere a un call center che avrebbe tentato di fregarlo appioppandogli un contratto fasullo per internet. Prese le chiavi nella tasca dei pantaloni e aprì la porta. Naturalmente il telefono smise di suonare. «Quanto mi dispiace non averti potuto mandare a cagare, cara la mia telefonista dall’Albania!» disse poggiando le borse sul tavolo e mettendo subito i surgelati nel congelatore. Era da sbrinare, era per metà occupato dal ghiaccio. Lo avrebbe fatto in futuro.

Andò in bagno e svuotò, con soddisfazione quasi gargantuesca, la vescica. Si sciacquò le mani e la faccia, guardò il suo grugno di quarantanovenne e tentò di riconoscervi il ventiquattrenne che aveva tanto successo con le ragazze. Era sepolto sotto a una pelle vecchia e rugosa, e i suoi capelli erano finiti nelle mani di un imbianchino pazzo che li stava tingendo di grigio. «Vaffanculo!» disse allo specchio, o alla sua immagine, o al Tempo che passava o a tutti quanti insieme. Comunque che se andassero tutti a fare in culo.

Il telefono riprese a suonare; forse era importante, ma Anna e Francesco lo avrebbero chiamato sul cellulare, altri parenti non ne aveva, se non due cugini da parte di madre che non vedeva dal suo matrimonio. Uscì e prese la cornetta in mano.

«Parlo col signor Ferrero?» disse una voce professionale dall’accento meridionale.

«Sono io.» disse stando attento a non dire “sì” perché non credeva alla leggenda metropolitana dei truffatori che registravano il tuo sì per poi appiopparti un contratto del gas, ma evitare una parolina non costava nulla, dopotutto i Giapponesi non dicono “No” da innumerevoli generazioni.

«Sono il colonnello Russo, la chiamo dal ministero della Difesa.»

«Cosa?»

«Lei è il nipote del sergente maggiore Armando Ferrero. Disperso nella Campagna di Russia nel dicembre 1942?»

Cazzo… cosa gli aveva detto papà? Gli aveva mai parlato del nonno? Era morto in guerra, sì, nel 1942, quando papà aveva sette o otto mesi.  «Sì. Dovrei essere io, purtroppo mio padre è morto molti anni fa e nemmeno lui aveva mai conosciuto suo padre, ma direi di sì.»

«Suo padre si chiamava Andrea?» disse l’uomo dopo aver sfogliato rumorosamente delle carte.

«Sì, Andrea Ferrero. Perché?»

«Devo comunicarle che, due mesi fa, nella città ucraina di Arbuzovka, sono stati ritrovati i resti di suo nonno, il sergente maggiore Armando Ferrero, con alcuni effetti personali, tra cui un orologio e un diario personale. Sono passati per un bel po’ di uffici e consolati prima di arrivare a noi.»

Avrebbe dovuto fingere una partecipazione emotiva per un uomo che non era stato un padre per un padre che era a sua volta morto di infarto quando lui era solo un adolescente? Gli sembrò inutile. «E ora che succede?»

«Se ci comunica un recapito presso un’agenzia funebre invieremo le due cassette a loro e poi potrà farne quello che desidera.»

«Se mi dà un recapito telefonico o un’email la farò contattare dall’agenzia.»

Il colonnello Russo gli disse un numero di Roma e un’e-mail che lui trascrisse con cura sul taccuino che teneva, che Anna teneva, a dire il vero, accanto al telefono e lo salutò presentandogli le più sentite condoglianze dello Stato italiano. Lo ringraziò non sapendo sinceramente cosa rispondere e poi cercò nel suo portafogli il biglietto da visita che gli aveva dato l’Agenzia del Comune quando era morta sua madre tre anni prima. Chiamò il numero e gli rispose una voce molto gentile che gli disse che lo avrebbe chiamato appena fossero arrivate le due cassette.

Salutato e ringraziato l’impiegato andò a spogliarsi e, in mutande e a piedi nudi, prese la scatola che teneva sull’armadio da tre anni, la roba del padre che aveva trovato svuotando la casa di mamma. Guardò la foto di un uomo che avrebbe avuto per sempre l’età che lui aveva adesso in una foto in cui erano insieme. Un uomo alto e allampanato, occhialuto e tendente alla calvizie, dalla faccia simpatica.

 «Hanno trovato il nonno.» disse alla foto e si rese conto con grande tristezza che se il padre gli avesse per assurdo risposto, ormai lui non sarebbe stato assolutamente in grado di riconoscerne la voce.

C’erano vari album di fotografie pieni di facce a lui sconosciute, un modellino di aereo a reazione, un accendino a benzina di quelli che hanno i militari americani, una medaglietta con un santo e un cane, (San Rocco?) e quaderni e un paio di album da disegno. Sì, aveva studiato arte, da giovane, voleva fare il pittore, o il fumettista… boh! Sfogliò velocemente l’album vedendo disegni a matita e a carboncino eseguiti con mano esperta, paesaggi, alberi, animali, palazzi ripresi in prospettiva, volti di persone, una era mamma, quanto era giovane, Cristo! Sfogliò un altro album ancora più velocemente e lo rigettò nella scatola che appoggiò sul comò, forse avrebbe finalmente guardato con attenzione quei resti una vita lontana.

Uscì dalla stanza per andare a cucinare quando un’idea lo bloccò improvvisamente. Cosa aveva visto? Aveva visto una cosa importante, ma… quando? Tornò a guardare la scatola e sfogliò il primo album, si soffermò sul ritratto di mamma, e si convinse di aver preso un abbaglio.

Andò a cucinarsi una bistecca con contorno di patate e non pensò più a quei fogli, mentre nel secondo album, disegnata con una mano eccezionalmente abile, stava la faccia di una bella ragazza sorridente di 22 anni con i capelli castani ricci e con un piccolo neo accanto al sopracciglio sinistro. La data scritta a penna accanto al bel ritratto che lui aveva visto troppo di sfuggita, nella bella grafia del padre, era il sette marzo del 1968.

 


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