Ed ecco un secondo capitolo, fresco fresco. Mille parole scritte di getto, quasi con la leggerezza di un tempo.
Continua la storia della misteriosa Bella Signora che abita i sogni di una famiglia.
Buona lettura!
II
Stava risalendo le scale tornando dal
lavoro, aveva caldo, era sudato, le scarpe che aveva indossato per tutto il
giorno in banca gli stavano strette e gli facevano venire prurito ai piedi, e
le due borse della spesa comprate al supermercato sotto casa gli stavano segando
le dita. Nulla avrebbe potuto peggiorare la sua giornata, tranne che … il
telefono, stava suonando il telefono in casa sua. Lui di certo non avrebbe
accelerato quello che stava facendo, per rispondere a un call center che
avrebbe tentato di fregarlo appioppandogli un contratto fasullo per internet. Prese
le chiavi nella tasca dei pantaloni e aprì la porta. Naturalmente il telefono
smise di suonare. «Quanto mi dispiace non averti potuto mandare a cagare, cara
la mia telefonista dall’Albania!» disse poggiando le borse sul tavolo e
mettendo subito i surgelati nel congelatore. Era da sbrinare, era per metà
occupato dal ghiaccio. Lo avrebbe fatto in futuro.
Andò in bagno e svuotò, con
soddisfazione quasi gargantuesca, la vescica. Si sciacquò le mani e la faccia,
guardò il suo grugno di quarantanovenne e tentò di riconoscervi il ventiquattrenne
che aveva tanto successo con le ragazze. Era sepolto sotto a una pelle vecchia
e rugosa, e i suoi capelli erano finiti nelle mani di un imbianchino pazzo che
li stava tingendo di grigio. «Vaffanculo!» disse allo specchio, o alla sua
immagine, o al Tempo che passava o a tutti quanti insieme. Comunque che se
andassero tutti a fare in culo.
Il telefono riprese a suonare; forse
era importante, ma Anna e Francesco lo avrebbero chiamato sul cellulare, altri
parenti non ne aveva, se non due cugini da parte di madre che non vedeva dal
suo matrimonio. Uscì e prese la cornetta in mano.
«Parlo col signor Ferrero?» disse una
voce professionale dall’accento meridionale.
«Sono io.» disse stando attento a non
dire “sì” perché non credeva alla leggenda metropolitana dei truffatori che
registravano il tuo sì per poi appiopparti un contratto del gas, ma evitare una
parolina non costava nulla, dopotutto i Giapponesi non dicono “No” da
innumerevoli generazioni.
«Sono il colonnello Russo, la chiamo
dal ministero della Difesa.»
«Cosa?»
«Lei è il nipote del sergente maggiore
Armando Ferrero. Disperso nella Campagna di Russia nel dicembre 1942?»
Cazzo… cosa gli aveva detto papà? Gli
aveva mai parlato del nonno? Era morto in guerra, sì, nel 1942, quando papà
aveva sette o otto mesi. «Sì. Dovrei essere
io, purtroppo mio padre è morto molti anni fa e nemmeno lui aveva mai
conosciuto suo padre, ma direi di sì.»
«Suo padre si chiamava Andrea?» disse
l’uomo dopo aver sfogliato rumorosamente delle carte.
«Sì, Andrea Ferrero. Perché?»
«Devo comunicarle che, due mesi fa, nella
città ucraina di Arbuzovka, sono stati ritrovati i resti di suo nonno, il
sergente maggiore Armando Ferrero, con alcuni effetti personali, tra cui un
orologio e un diario personale. Sono passati per un bel po’ di uffici e
consolati prima di arrivare a noi.»
Avrebbe dovuto fingere una
partecipazione emotiva per un uomo che non era stato un padre per un padre che
era a sua volta morto di infarto quando lui era solo un adolescente? Gli sembrò
inutile. «E ora che succede?»
«Se ci comunica un recapito presso un’agenzia
funebre invieremo le due cassette a loro e poi potrà farne quello che desidera.»
«Se mi dà un recapito telefonico o un’email
la farò contattare dall’agenzia.»
Il colonnello Russo gli disse un
numero di Roma e un’e-mail che lui trascrisse con cura sul taccuino che teneva,
che Anna teneva, a dire il vero, accanto al telefono e lo salutò presentandogli
le più sentite condoglianze dello Stato italiano. Lo ringraziò non sapendo
sinceramente cosa rispondere e poi cercò nel suo portafogli il biglietto da visita
che gli aveva dato l’Agenzia del Comune quando era morta sua madre tre anni
prima. Chiamò il numero e gli rispose una voce molto gentile che gli disse che
lo avrebbe chiamato appena fossero arrivate le due cassette.
Salutato e ringraziato l’impiegato
andò a spogliarsi e, in mutande e a piedi nudi, prese la scatola che teneva
sull’armadio da tre anni, la roba del padre che aveva trovato svuotando la casa
di mamma. Guardò la foto di un uomo che avrebbe avuto per sempre l’età che lui
aveva adesso in una foto in cui erano insieme. Un uomo alto e allampanato,
occhialuto e tendente alla calvizie, dalla faccia simpatica.
«Hanno trovato il nonno.» disse alla foto e si
rese conto con grande tristezza che se il padre gli avesse per assurdo
risposto, ormai lui non sarebbe stato assolutamente in grado di riconoscerne la
voce.
C’erano vari album di fotografie pieni
di facce a lui sconosciute, un modellino di aereo a reazione, un accendino a
benzina di quelli che hanno i militari americani, una medaglietta con un santo
e un cane, (San Rocco?) e quaderni e un paio di album da disegno. Sì, aveva
studiato arte, da giovane, voleva fare il pittore, o il fumettista… boh! Sfogliò
velocemente l’album vedendo disegni a matita e a carboncino eseguiti con mano
esperta, paesaggi, alberi, animali, palazzi ripresi in prospettiva, volti di
persone, una era mamma, quanto era giovane, Cristo! Sfogliò un altro album ancora
più velocemente e lo rigettò nella scatola che appoggiò sul comò, forse avrebbe
finalmente guardato con attenzione quei resti una vita lontana.
Uscì dalla stanza per andare a
cucinare quando un’idea lo bloccò improvvisamente. Cosa aveva visto? Aveva visto
una cosa importante, ma… quando? Tornò a guardare la scatola e sfogliò il primo
album, si soffermò sul ritratto di mamma, e si convinse di aver preso un
abbaglio.
Andò a cucinarsi una bistecca con
contorno di patate e non pensò più a quei fogli, mentre nel secondo album,
disegnata con una mano eccezionalmente abile, stava la faccia di una bella
ragazza sorridente di 22 anni con i capelli castani ricci e con un piccolo neo
accanto al sopracciglio sinistro. La data scritta a penna accanto al bel
ritratto che lui aveva visto troppo di sfuggita, nella bella grafia del padre,
era il sette marzo del 1968.
Nessun commento:
Posta un commento