lunedì 22 giugno 2026

La Bella Signora (7)

 Settimo episodio. E' un po' breve, ma ... questo è. Buona lettura!


VII

 

Mangiarono dei panini all’autogrill e arrivarono con un discreto anticipo all’appuntamento al cimitero, una specie di piccola cittadella cinta da mura in mezzo alla sconfinata pianura in cui campi di granturco e grano si alternavano, come i quadrati chiari e scuri della scacchiera, ad arboreti di pioppi. Un cancello di ferro battuto impediva l’entrata, ma permetteva di guardare dentro. Lapidi in terra, lapidi in verticale con foto e scritte in ottone nel marmo lucido, loculi incassati nelle murature che si appoggiavano al muro di cinta esterno e almeno un paio di piccole costruzioni dal tetto a spiovente, quasi dei tempietti, che dovevano essere le tombe di famiglia. Su quella più lontana si indovinava, maledetta miopia, il nome Ferrero in grosse lettere brunite dagli anni. Passeggiarono un po’ nella campagna, videro un leprotto, un grosso rapace che volava portandosi, appetitoso spuntino, un grosso serpente tra le zampe, un paio di daini, o caprioli, non avrebbe saputo essere più preciso, ad almeno mezzo chilometro di distanza. Francesco gli disse che andava in auto e chiese se potesse accendere l’autoradio.

«Certo. Ascolta buona musica!»

«E quale sarebbe?»

«Quella prodotta prima della data di morte della musica, naturalmente.»

«E quando sarebbe morta la musica?»

«Come quando? Ma è di dominio pubblico, la musica è morta, dopo almeno una decina di anni di tormentosa agonia, nel 1990.»

«Cacchio quanto sei vecchio, Pa’!»

«Lo so.»

«Comunque non ascolto musica, cerco un audiolibro su YouTube.»

«Eh?»

«Audiolibri, YouTube… sai, roba che è contemporanea alla tua vita?»

«Simpaticissimo! E perché cerchi un audiolibro su YouTube?»

«Perché a scuola mi hanno dato come compito scrivere un saggio su Dracula di Stoker e su YouTube c’è una bellissima versione integrale letta da Lorenzo Loreti, e posso ascoltarlo passeggiando o lavando i piatti.»

«Da quando in qua lavi i piatti?»

«Potrei ascoltare il romanzo lavando i piatti, se volessi.»

«Io e tua madre dobbiamo avere la stronzaggine come fattore recessivo, sai?»

Francesco scosse la testa con un’espressione schifata e disse: «Solo tu puoi tentare di offendere qualcuno con una citazione di Mendel! E andò in auto.»

Dopo una ventina di minuti arrivò l’impiegato delle pompe funebri e, dopo altri cinque minuti arrivò l’operaio del comune che aprì il cancello e fece entrare tutti portandoli alla tomba di famiglia che Marco aprì con la chiave che aveva scoperto di avere attaccato, anni prima, al portachiavi che teneva in tasca.

Entrarono e l’operaio cominciò a lavorare con i suoi attrezzi per preparare una nicchia per la cassetta e la piccola lapide che l’impiegato aveva portato insieme alle ceneri. Marco sfiorò la cassetta sperando di sentire una qualche specie di connessione con ciò che c’era all’interno, quel povero ragazzo morto giovane, spaventato e infreddolito lontano dalla sua patria e dalla sua famiglia, ma sentì solo dello zinco. “Scusa nonno, non mi riesce davvero.” pensò facendo un mezzo sorriso, poi si voltò verso il figlio che stava guardando le altre lapidi sul muro e quelle sul pavimento.  «Che c’è, Francesco?»

«Guarda che strano, Paps!» gli rispose indicandogli le date sulla lapide appena posizionata, su quella di suo padre e su quelle, vecchissime, di due avi ottocenteschi. Aveva la faccia sbalordita. «Quattro nostri antenati, quattro antenati morti tutti a 50 anni e 10 giorni!»

Per l’ennesima volta in quella settimana si sforzò di non far trasparire il suo scombussolamento interiore quando rispose: «Non lo sapevi che noi Ferrero abbiamo la data di scadenza?» diede una pacca sulla spalla al ragazzo che rideva e aggiunse: «Si viveva poco una volta, Francy, ed è solo un caso strano.»

«Certo che è proprio un bel po’ strano.» borbottò il ragazzo e poi uscì da quel piccol ambiente buio e afoso, malgrado la temperatura fredda, e, quando fu sulla porta, indicò un punto del pavimento e disse: «Qui suona vuoto.»

La giornata andò avanti con i discorsi di rito con i due signori che avevano partecipato a queste strane esequie e poi con un viaggio di ritorno insieme al figlio durante il quale ascoltarono il romanzo. L’attore che leggeva era davvero bravo, per quanto la prosa di Stoker, almeno nelle parti dei diari delle due fanciulle in fiore, fosse quasi insopportabile. Alle fine del viaggio era quasi diventato femminista ad ascoltare quei discorsi da brava mogliettina britannica del 1890.

Però cercò il canale sulla smart tv e continuò ad ascoltare il bel romanzo, sperando che un horror vero lo aiutasse a non pensare alla storia della Bella Signora. E così fu, fino a quando arrivò alla parte successiva la morte di Lucy, naturalmente.


domenica 21 giugno 2026

La Bella Signora (6)

 Sesto episodio, un viaggio in macchina e tante chiacchiere. Chiacchiere inquietanti.

VI

 

Martedì, ore tredici e un quarto, fermo davanti alla scuola, appoggiato alla portiera dell’auto. Era una brutta persona visto che il suo pensiero vedendo il figlio che usciva da scuola insieme agli amici era stato che, per fortuna, non ancheggiava come Zaza de Il Vizietto? Ci si può liberare di una impostazione mentale che ci è stata data da bambini? Si può fare più di un passo verso il futuro rispetto ai propri genitori? Ci si può liberare da una maledizione?

«Ciao Paps!» disse il figlio abbracciandolo con un gesto frettoloso, poi aggiunse: «È in auto il cadavere?»

«No, lo porta un impiegato delle pompe funebri, e comunque non è un cadavere, è una cassetta metallica piena di ceneri.»

«Il tuo cenere muto.» disse il ragazzo.

«Vedo che hai studiato Foscolo, bravo!» gli disse sedendosi e mettendosi la cintura, «e sai anche da chi ha preso il verso il buon Ugo?»

«In che senso? È una poesia dedicata al fratello Giovanni, che era morto, no?»

«Ma chi è il tuo professore, Sbirulino? Il sonetto di Foscolo “In morte del fratello Giovanni” è ispirato al Carme 101 di Catullo, in cui il poeta va in Bitinia a visitare la tomba di suo fratello. Il carme comincia con “Multas per gentes et multa per aequora vectus” che ritorna nel primo verso di Foscolo “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo, di gente in gente mi vedrai seduto…” e il verso in cui Catullo dice di parlare con la “mutam (…) cinerem” viene citato da Foscolo con “Il tuo cenere muto.”»

«Quindi Foscolo copiava.» disse Francesco.

«Prova a dire un’altra cazzata simile e ti abbandono in autostrada come un bastardino. Foscolo citava.»

Il figlio sogghignava guardando il padre, e poi disse: «Comunque chi è Sbirulino?»

Marco scosse la testa sconsolato e poi risero insieme, fino a che il figlio chiese di nuovo: «No, seriamente, chi è?»

«Un pagliaccio della tivvù anni Settanta e Ottanta, interpretato da Sandra Mondaini. Sai chi era?»

«Che noia che barba, che barba che noia?» chiese il ragazzo fissandolo con una smorfia mezza schifata.

«Conosci la Mondaini e non Catullo. Ottimo, davvero ottimo. MALA TEMPORA CURRUNT, SED PEIORA PARANTUR.»

«Certo che oggi parli come un libro stampato, e Pa’? Leggi meno e dormi di più, hai una faccia che fa spavento, puoi farci la spesa con le borse che hai sotto gli occhi.»

«Grazia, estremamente gentile da parte tua farmelo notare.» e gli sorrise con la faccia falsa di Palpatine. «Comunque è qualche giorno che dormo male, in effetti.»

«Io invece dormo come un pascià!» disse il ragazzo poggiando il piede destro sul cruscotto.

«Metti giù quel piede enorme, e se non vuoi obbedire a me pensa cosa succederebbe a quella gamba se avessimo un incidente.»

«Ho visto A prova di morte di Tarantino, grazie.» disse Francesco e si sedette composto. Poi, cercando qualcosa sul suo smartphone disse, quasi sopra pensiero: «Sai la Bella Signora, quella tizia che sogno di cui ti avevo parlato?»

Fingendo una calma molto lontana dalla realtà gli rispose: «Quella simile alla ragazza sulla rivista?»

«Sì, esatto… l’ho sognata di nuovo, e… una vera porca, davvero una vera porca, e in sogno la cosa mi va davvero a genio.»

Tra il terrore che provava per l’argomento e l’imbarazzo per sentire suo figlio parlare di sesso Marco pensò che avrebbe voluto sprofondare in una buca profondissima, ma abbozzò un sorriso e disse: «Davvero?»

«Sì. E poi. Pensa come è strana la mente umana, nel sogno mi ha parlato di te. Dovrei andare da uno psichiatra, faccio sogni assurdi.» e rise.

«Cosa ti ha detto?» disse con una voce che non riusciva a nascondere un tremito.

«Cosa?»

«Cosa ti ha detto di me la signora nel sogno?»

«Che è meglio se smetti di cercare. Chissà che voleva dire!»

«Boh! Io non penso che i sogni abbiano sempre un significato.» gli disse sorridendo, poi accese l’autoradio e sperò che il figlio, ascoltando la musica, avrebbe smesso di parlare o di prestargli attenzione.


sabato 20 giugno 2026

La Bella Signora (5)

 Quinto capitolo, la storia della donna che visita i sogni dei Ferrero si fa più gotica.

Buona lettura!


V

 

 

Doveva essere stato un bambino davvero particolare, visto che la scena che lo aveva più terrorizzato, ma tanto da dargli incubi, vista in un film non aveva riguardato un mostro o una tragica morte, ma un uomo che perdeva il controllo di sé. Il film in questione era Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg (sia sempre benedetto il suo nome, pensò da cinefilo di stretta osservanza) e la scena era quella in cui il protagonista Richard Dreyfuss dava fuori di matto dopo aver visto passare sopra alla sua testa un disco volante e distruggeva il salotto di casa, il giardino, e la sua famiglia, tentando di costruire quello che aveva in testa e che non riusciva a identificare. Passava dal purè modellato con la forchetta sul piatto durante il pranzo a un piccolo modello fatto con la creta ad un enorme mamozzone di fango, terra e pietre tirato su nel suo salotto dopo, per il piccolo Marco, agghiaccianti liti con la moglie che assisteva, impotente, alla discesa nella follia del marito.

I suoi genitori gli avevano evitato scene simili, anche perché papà se ne era andato via con il signor infarto nel 1992 quando Marco aveva solo 14 anni e lui, anni dopo, aveva fatto di tutto per evitare che la fine del suo matrimonio diventasse per Francesco ancora più traumatico del dovuto. Aveva ingoiato un po’ di rospi senza ribattere, come, doveva dargliene atto, aveva fatto anche Anna, e di scenate davanti al ragazzino ce ne erano state poche, e molto “signorili”. E ora, solo nella sua casa, si sentiva una versione solo un po’ meno fangosa del Dreyfuss di quel vecchio film. Il tavolo era tappezzato di pagine di diario, di disegni, di fogli su cui aveva segnato dati significativi con un grosso pennarello, e, al centro di tutto, la rivista con la foto dell’ignota modella e i due disegni fatti da suo padre e da suo nonno. Almeno non aveva usato la terra dei vasi in giardino per erigere una fangosa effigie della misteriosa Bella Signora sul tavolo di legno lucido.

Suo nonno l’aveva sognata, suo padre l’aveva sognata, suo figlio la sognava e lui … lui la conosceva, senza dubbio, ma lui aveva sempre avuto il problema di non ricordarsi affatto i suoi sogni. Se fosse stato un paziente del buon vecchio Sigmund questi avrebbe avuto i suoi bei problemi a sviluppare le sue teorie incentrate sul sesso, sul sesso e … sul sesso.

Seduto davanti a quella stanza che sembrava quella di un complottista in un film, pensò che avrebbe potuto rivolgersi ad Anna, magari lei ricordava qualcosa che poteva averle detto durante i lunghi anni del loro rapporto. E aveva anche un buon appiglio per chiamarla.

Lo smartphone suonò libero, uno squillo, due squilli, tre squilli … «Pronto?» rispose la voce allegra di Anna.

«Ciao Anna, come va?»

«Bene, Monster. Stavo correggendo i temi dei miei piccoli studenti di quarta ginnasio.»

«Rabbrividisco al solo pensiero.» le disse.

«Il tuo pensiero non può darti idea degli abissi di orrore lovecraftiano che si aprono davanti agli occhi dell’incauto lettore di questi testi maledetti.»

«Cthulhu! Yog Shoggoth!» disse ridendo e fu contento di sentirla ridere con sincerità. C’erano voluti solo tre anni per arrivare a rapporti quasi affettuosi.

«Dimmi per quale ragione hai interrotto la mia immersione negli scritti pnacotici, o infedele, perché devo finire entro stasera, purtroppo.»

«Francesco ti ha detto del fatto di mio nonno?»

«Che lo hanno ritrovato in Russia? Sì, strana storia, però.»

“Non sai quanto, bella mia!” pensò, poi disse: «Martedì l’agenzia di pompe funebri manda un impiegato e un operaio alla tomba di famiglia a Cornigliano Monferrato per traslare definitivamente la cassetta con le ceneri e mi chiedevo se potrei portare anche Francesco… magari gli interessa vedere le tombe dei suoi antenati.»

«A che ora sarebbe?»

«HO appuntamento alle 16 e 30 con l’impiegato al cimitero, passo a prenderlo a scuola e andiamo direttamente.»

«Se lui è d’accordo, a me va benissimo.»

«Gliel’ho chiesto con un messaggio, mi ha detto che sarà divertente.»

«Ha scritto “divertente”?» chiese lei con la voce sbalordita.

«Sì, assistere al seppellimento di un soldato morto in guerra e disperso per ottanta anni lo ha definito divertente.»

«Abbiamo generato un mostro!» e scoppiò a ridere.

«La genetica ha le sue leggi, Anna, la genetica ha le sue maledettissime leggi.» e risero ancora. Ecco, era il momento. «Ah, ora che mi ricordo… l’altro giorno Francesco ha visto una foto su una rivista, e guardò quella foto per essere preciso, una ragazza con i capelli castani, bella, sorridente, con il nasino affilato e le sopracciglia scure, denti bianchissimi e mento abbastanza sottile, e ha detto che era quasi uguale ad una che conosceva, ma non si ricordava chi fosse. Il problema è che anche a me sembrava di conoscerla, e tutti e due ricordavamo un particolare, quella che ricordavamo aveva un neo accanto al sopracciglio sinistro.

Tu conosci una persona simile?»

Qualche secondo di silenzio, poi uno schiocco di lingua, conoscendola sapeva che si stava grattando la guancia con le dita mentre arricciava il naso e guardava in alto a destra, faceva sempre così quando tentava di ricordare, poi la sentì ridere di nuovo. «Certo che la conosco, me l’hai descritta tu… non ti ricordi la tua amica, quella dei …» di nuovo un paio di secondi di silenzio «Sì, quella dei cinquanta anni e dieci giorni, me ne avevi parlato quando ci siamo messi insieme, durante quella vacanza in tenda in Trentino, l’amica immaginaria che visitava i tuoi sogni da bambino, la protagonista del tuo primo sogno erotico.»

Sì, ora si ricordava quelle chiacchierate distesi nudi e sudati nel sacco a pelo, poco più che ventenni nella tenda in mezzo ai boschi. Ora si ricordava. «Hai ragione, è vero. A me ricordava lei. E cosa vuol dire questa cosa dei cinquanta anni e dieci giorni?»

«Mi avevi detto che questa cara amica ti visitava tutte le notti e ti aveva detto che avrebbe potuto stare con te solo cinquanta anni e dieci giorni.»

«Vero. Grazie, stavo impazzendo. Ora bisognerà capire chi sia la persona che ricordava Francesco.»

«Una compagna di classe, probabilmente, o una supplente alle elementari… boh! Ora ti devo salutare, devo finire di leggere quei testi maledetti.»

«Buona lettura, Anna!» le disse e si salutarono ridendo. Era stato bravo a fingere allegria, davvero bravo. In realtà era più terrorizzato di quanto lo fosse mai stato in vita sua, perché, davanti ai suoi occhi, stava un foglio su cui aveva scritto alcuni dati riguardanti i suoi antenati. Carlo Maria Ferrero, il suo bisnonno, nato il 25 ottobre 1889 e morto il 4 novembre 1939. Cinquanta anni e dieci giorni. E poi suo padre, Andrea, nato il 2 marzo 1942 e morto il 12 marzo 1992. Cinquanta anni e dieci giorni.

Suo nonno era morto in guerra, sotto alle macerie di una casa crollata. Lui non ce l’aveva fatta ad arrivarci. E lui ancora non ci era arrivato, ma aprile 2027 non era così lontano, dopotutto. E qui, come Dante nella Commedia, cadde come corpo morto cade, perdendo i sensi.

 


giovedì 18 giugno 2026

La Bella Signora (4)

 Quarto capitolo, il  nostro protagonista fa delle strane scoperte.

Buona lettura!


IV

 

Tornò in banca solo per dire che stava male e si prendeva il pomeriggio, non era nemmeno una balla, tra l’altro, perché stava davvero malissimo. Aveva visto una serie meravigliosa, Andor, e c’era un’inquadratura che, inizialmente, lo aveva lasciato un po’ interdetto: il personaggio di Stellan Skarsgård scopriva di essere stato identificato dall’Impero e che l’Impero stesso stava costruendo la Morte Nera; dopo essere stato costretto ad uccidere il suo informatore, ormai “bruciato”, il personaggio era stato ripreso dal regista mentre camminava in città, ma l’inquadratura era sghemba, inclinata di 30 gradi. Solo dopo aveva capito che l’inquadratura era il modo di visualizzare la mente sconvolta del personaggio. Ecco, un ipotetico regista della sua vita, Dario Argento probabilmente, avrebbe dovuto inclinare la macchina da presa di più di 90 gradi, perché lui si sentiva così.

Arrivato a casa si fece una doccia sperando che gli chiarisse le idee, ma riuscì, al massimo, a levargli il sudore di dosso. Prese la rivista pubblicitaria e la poggiò sul tavolo, poi prese il diario di suo nonno e lo sfogliò velocemente, arrivato all’ultima pagina con annotazioni lo posò, con un coltello appoggiato di traverso per tenerlo aperto, accanto alla rivista. La carta era ingiallita e macchiata, il disegno era fatto a penna e suo nonno non era stato certo un grande disegnatore, o almeno non lo era in guerra, nell’inverno ucraino e sotto ai bombardamenti dell’Armata Rossa, ma la somiglianza tra la donna sognata da suo nonno e la modella era impressionante. E poi c’era il neo, il neo che avevano ricordato, autonomamente, lui e Francesco.

Diede una scorsa veloce al diario di suo nonno, la vita in guerra, i commilitoni, la mancanza della moglie a casa, la preoccupazione per il figlio nato dopo la sua partenza e che sperava di vedere un giorno. La fame, il freddo, la morte di un suo amico, il soldato russo che aveva dovuto uccidere con la baionetta, ancora la moglie e il figlio, e poi … il sette di dicembre del ’42, ecco la prima menzione: “Stanotte ho sognato di nuovo la mia amica di quando ero piccolo. È stato strano, dopo tutti questi anni, era qua vicino a me, ma non era inverno, gli alberi davanti all’isba dove ci siamo rifugiati non erano scheletri i cui rami si sporgevano minacciosi verso il cielo, ma fronde verdi e bellissime, cariche di frutti. Abbiamo camminato mano nella mano, e poi abbiamo fatto l’amore, come la prima volta, quando avevo tredici anni.”

Saltò dalla sedia facendo cadere il vecchio diario, come se questo si fosse improvvisamente trasformato in un serpente velenoso. La stessa identica cosa del figlio, uguale. Raccolse il diario e, sfogliate le pagine fino a ritrovare la data del sette dicembre, riprese a leggere. “Non è invecchiata di un solo giorno, è sempre bellissima e con quei capelli ricci castani ad incorniciarle il volto. Mi era mancata.

Coricati sull’erba in una fresca mattinata d’estate chiacchieravamo di non so più cosa nudi e felici, mentre le accarezzavo con la punta del dito il ventre e i seni. Aveva ancora quella cicatrice sul seno sinistro, una brutta ferita che sembrava sempre appena richiusa…” e qui Marco lesse una cosa che lo colpì ancora di più. “La stessa ferita di cui mi aveva parlato papà quando mi aveva raccontato della ragazza che visitava i suoi sogni.”

Ora l’inquadratura sarebbe stata ribaltata di 180 gradi, sicuramente. Camminò su gambe che gli sembravano lunghe e oscillanti come trampoli e andò a prendere gli album da disegno del padre, sfogliò velocemente il primo, nulla, poi sfogliò il secondo sapendo già benissimo cosa avrebbe trovato, sapendo benissimo cosa avesse intravisto il giorno prima. Eccolo, data del sette marzo 1968, un ritratto davvero magistrale, un volto che sembrava emergere dal foglio in tutta la sua tridimensionalità e in tutta la sua vitalità. Mise anche quello accanto alla rivista e al diario, rabbrividendo. La stessa donna, quella era evidentemente la stessa donna. Suo figlio, lui, suo padre, suo nonno e anche il suo bisnonno. Cinque generazioni, da almeno 150 anni la stessa donna visitava i sogni degli uomini della sua famiglia fin dall’infanzia e li “svezzava” al compimento dei 13 anni.

Doveva ricordare tutto quello che aveva dimenticato su di lei e doveva scoprire più cose sui suoi antenati.

 


mercoledì 17 giugno 2026

La Bella Signora (3)

 Oggi un episodio un po' più breve. 

Buona lettura!


III

 

La filiale della banca in cui lavorava era a un paio di minuti di cammino dall’agenzia di pompe funebri. Finito il suo panino che aveva mangiato sulla panchina nel piccolo parco vicino al castello ottocentesco che dominava il quartiere andò alla porta dell’agenzia dai colori sobri. L’impiegato gli fece cenno di entrare e gli presentò due cassette.

«Qua ci sono le ossa di suo nonno, che mi risulta siano state trovate sotto a una casa di mattoni crollata, e qui,» e spinse verso di lui una scatola di legno lucido lunga una trentina di centimetri, «Ci sono i suoi effetti personali. Un orologio, un accendino,» lesse su un foglio stampato che aveva poggiato davanti a sé «un anello d’oro con la data 15 maggio 1940 e i nomi Andrea e Susanna, e un diario rilegato in pelle.»

Prese la scatola, firmò la ricevuta e la infilò nel suo zainetto.

«Per quanto riguarda le ossa, mi risulta che sia suo padre che sua madre siano stati inumati a …» lesse su un altro foglio aggiustandosi gli occhiali «Nella tomba di famiglia a Cornigliano Monferrato. Portiamo anche questa cassetta lì?»

Marco aveva sempre pensato che non ci fosse molta differenza tra una tomba di marmi pregiati e una discarica, visto che il morto è solo una roba che deve ridursi in terriccio, ma forse era quello che il suo sconosciuto nonno avrebbe voluto. Se era disposto a gettare mensilmente dei soldi con l’abbonamento a Netflix, allora poteva anche spendere qualche centone per le ceneri di un poveraccio morto a nemmeno venticinque anni. «Certo.»

«Cosa scriviamo sulla lapide?» chiese l’impiegato.

«Nome, cognome, data di nascita e di morte. Immagino che quest’ultima sia un po’ imprecisa, no?»

«Possiamo mettere l’anno.»

«Un attimo!» disse avendo avuto un’idea improvvisa. Aprì la scatola e prese il diario. Lo aprì e vide quella calligrafia elegante ed antiquata su carta ingiallita e macchiata, scorse le pagine intravedendo qua e là qualche frase, il nome di suo padre lo lesse almeno sei volte, poi arrivò in fondo. L’ultima annotazione riportava la data del 29 dicembre 1942, e il luogo, Arbuzovka. Disse la data all’impiegato mentre il suo cuore saltava un paio di battiti. Tremando e sudando lesse e rilesse l’ultima cosa scritta da suo nonno prima di morire più di ottanta anni prima. “L’ho sognata anche stanotte!” e, sotto, disegnata con veloci e decisi tratti di penna, l’immagine di una bellissima ragazza dai capelli ricci scuri, con un neo accanto al sopracciglio. Richiuse il diario, lo ripose meccanicamente nello zaino con le mani che tremavano e si alzò per uscire.

L’impiegato gli diede la mano e, sentendo che stava tremando e guardandolo in faccia, doveva essere terreo, gli chiese se si sentisse bene.

«No, è solo che… mi sono ricordato improvvisamente i miei genitori,» mica poteva dirgli che aveva appena visto un fantasma che perseguitava la sua famiglia da quasi un secolo, non voleva finire in una cella imbottita «Non pensavo che la cosa mi potesse colpire ancora così tanto… potrebbe darmi un bicchiere d’acqua?»

L’impiegato, che doveva essere abituato a scene simili, col lavoro di merda che faceva, corse nel retro e tornò con un bicchiere. Lo bevve deglutendo a fatica l’acqua fredda e, mentre una punta di mal di testa gli trapanava per un attimo la testa, gli rese il bicchiere. «Grazie!» disse, e poi mentì «Va molto meglio. Aspetto sue notizie riguardo alla tomba su in Piemonte.» ed uscì su gambe che sembravano fatte di ricotta.

Quand’era stato il momento preciso in cui la sua vita era diventata un racconto dell’orrore?


lunedì 15 giugno 2026

La Bella Signora (2)

 Ed ecco un secondo capitolo, fresco fresco. Mille parole scritte di getto, quasi con la leggerezza di un tempo.

Continua la storia della misteriosa Bella Signora che abita i sogni di una famiglia.

Buona lettura!


II

 

Stava risalendo le scale tornando dal lavoro, aveva caldo, era sudato, le scarpe che aveva indossato per tutto il giorno in banca gli stavano strette e gli facevano venire prurito ai piedi, e le due borse della spesa comprate al supermercato sotto casa gli stavano segando le dita. Nulla avrebbe potuto peggiorare la sua giornata, tranne che … il telefono, stava suonando il telefono in casa sua. Lui di certo non avrebbe accelerato quello che stava facendo, per rispondere a un call center che avrebbe tentato di fregarlo appioppandogli un contratto fasullo per internet. Prese le chiavi nella tasca dei pantaloni e aprì la porta. Naturalmente il telefono smise di suonare. «Quanto mi dispiace non averti potuto mandare a cagare, cara la mia telefonista dall’Albania!» disse poggiando le borse sul tavolo e mettendo subito i surgelati nel congelatore. Era da sbrinare, era per metà occupato dal ghiaccio. Lo avrebbe fatto in futuro.

Andò in bagno e svuotò, con soddisfazione quasi gargantuesca, la vescica. Si sciacquò le mani e la faccia, guardò il suo grugno di quarantanovenne e tentò di riconoscervi il ventiquattrenne che aveva tanto successo con le ragazze. Era sepolto sotto a una pelle vecchia e rugosa, e i suoi capelli erano finiti nelle mani di un imbianchino pazzo che li stava tingendo di grigio. «Vaffanculo!» disse allo specchio, o alla sua immagine, o al Tempo che passava o a tutti quanti insieme. Comunque che se ne andassero tutti a fare in culo.

Il telefono riprese a suonare; forse era importante, ma Anna e Francesco lo avrebbero chiamato sul cellulare, altri parenti non ne aveva, se non due cugini da parte di madre che non vedeva dal suo matrimonio. Uscì e prese la cornetta in mano.

«Parlo col signor Ferrero?» disse una voce professionale dall’accento meridionale.

«Sono io.» disse stando attento a non dire “sì” perché non credeva alla leggenda metropolitana dei truffatori che registravano il tuo sì per poi appiopparti un contratto del gas, ma evitare una parolina non costava nulla, dopotutto i Giapponesi non dicono “No” da innumerevoli generazioni.

«Sono il colonnello Russo, la chiamo dal ministero della Difesa.»

«Cosa?»

«Lei è il nipote del sergente maggiore Armando Ferrero. Disperso nella Campagna di Russia nel dicembre 1942?»

Cazzo… cosa gli aveva detto papà? Gli aveva mai parlato del nonno? Era morto in guerra, sì, nel 1942, quando papà aveva sette o otto mesi.  «Sì. Dovrei essere io, purtroppo mio padre è morto molti anni fa e nemmeno lui aveva mai conosciuto suo padre, ma direi di sì.»

«Suo padre si chiamava Andrea?» disse l’uomo dopo aver sfogliato rumorosamente delle carte.

«Sì, Andrea Ferrero. Perché?»

«Devo comunicarle che, due mesi fa, nella città ucraina di Arbuzovka, sono stati ritrovati i resti di suo nonno, il sergente maggiore Armando Ferrero, con alcuni effetti personali, tra cui un orologio e un diario personale. Sono passati per un bel po’ di uffici e consolati prima di arrivare a noi.»

Avrebbe dovuto fingere una partecipazione emotiva per un uomo che non era stato un padre per un padre che era a sua volta morto di infarto quando lui era solo un adolescente? Gli sembrò inutile. «E ora che succede?»

«Se ci comunica un recapito presso un’agenzia funebre invieremo le due cassette a loro e poi potrà farne quello che desidera.»

«Se mi dà un recapito telefonico o un’email la farò contattare dall’agenzia.»

Il colonnello Russo gli disse un numero di Roma e un’e-mail che lui trascrisse con cura sul taccuino che teneva, che Anna teneva, a dire il vero, accanto al telefono e lo salutò presentandogli le più sentite condoglianze dello Stato italiano. Lo ringraziò non sapendo sinceramente cosa rispondere e poi cercò nel suo portafogli il biglietto da visita che gli aveva dato l’Agenzia del Comune quando era morta sua madre tre anni prima. Chiamò il numero e gli rispose una voce molto gentile che gli disse che lo avrebbe chiamato appena fossero arrivate le due cassette.

Salutato e ringraziato l’impiegato andò a spogliarsi e, in mutande e a piedi nudi, prese la scatola che teneva sull’armadio da tre anni, la roba del padre che aveva trovato svuotando la casa di mamma. Guardò la foto di un uomo che avrebbe avuto per sempre l’età che lui aveva adesso in una foto in cui erano insieme. Un uomo alto e allampanato, occhialuto e tendente alla calvizie, dalla faccia simpatica.

 «Hanno trovato il nonno.» disse alla foto e si rese conto con grande tristezza che se il padre gli avesse per assurdo risposto, ormai lui non sarebbe stato assolutamente in grado di riconoscerne la voce.

C’erano vari album di fotografie pieni di facce a lui sconosciute, un modellino di aereo a reazione, un accendino a benzina di quelli che hanno i militari americani, una medaglietta con un santo e un cane, (San Rocco?) e quaderni e un paio di album da disegno. Sì, aveva studiato arte, da giovane, voleva fare il pittore, o il fumettista… boh! Sfogliò velocemente l’album vedendo disegni a matita e a carboncino eseguiti con mano esperta, paesaggi, alberi, animali, palazzi ripresi in prospettiva, volti di persone, una era mamma, quanto era giovane, Cristo! Sfogliò un altro album ancora più velocemente e lo rigettò nella scatola che appoggiò sul comò, forse avrebbe finalmente guardato con attenzione quei resti una vita lontana.

Uscì dalla stanza per andare a cucinare quando un’idea lo bloccò improvvisamente. Cosa aveva visto? Aveva visto una cosa importante, ma… quando? Tornò a guardare la scatola e sfogliò il primo album, si soffermò sul ritratto di mamma, e si convinse di aver preso un abbaglio.

Andò a cucinarsi una bistecca con contorno di patate e non pensò più a quei fogli, mentre nel secondo album, disegnata con una mano eccezionalmente abile, stava la faccia di una bella ragazza sorridente di 22 anni con i capelli castani ricci e con un piccolo neo accanto al sopracciglio sinistro. La data scritta a penna accanto al bel ritratto che lui aveva visto troppo di sfuggita, nella bella grafia del padre, era il sette marzo del 1968.

 


domenica 14 giugno 2026

La Bella Signora. (1?)

 Dopo una quantità di tempo quasi non concepibile da mente umana ho avuto un'ideuzza riguardo a un racconto ( O novella? O romanzo? Boh!) horror e ho scritto di getto queste prime due pagine.

Sperando di avere ancora l'ispirazione domani, e nei giorni successivi, fino a che tutta la storia sia stata partorita, pubblico queste prime due pagine qui; leggetele e, se vi va, ditemi che ne pensate.

Buona lettura!


La Bella Signora

 

«Cosa stai guardando?» chiese Marco a suo figlio che se ne stava imbambolato davanti alla, troppo, alta pila di giornali che doveva separare per buttare i vecchi nel bidone della differenziata di carata e cartone. Sembrava che stesse guardando un’opera d’arte appena scoperta.

«Niente.» gli rispose il figlio voltandosi a guardarlo con lo sguardo confuso, poi sorrise e disse: «La ragazza su quel giornaletto di offerte della profumeria,» prese l’opuscolo stampato su dozzinale carta patinata che aveva trovato insieme ad altro infinito ciarpame nella cassetta della posta e che aveva messo sui giornali senza pensarci, «È che… assomiglia molto ad una che conosco.»

Si avvicinò al figlio, che era appena diventato, se ne accorgeva adesso, più alto di lui. Guardò la copertina dell’opuscolo e guardò la bella ragazza sorridente. Sì, in effetti era un volto conosciuto. «È una tua compagna di classe?» gli domandò fissando ancora la foto. Sì, la conosceva, senza alcun dubbio.

«No.» gli rispose Francesco ridendo, poi aggiunse: «Non è in classe con me, è la prima donna con cui ho fatto l’amore.»

Marco rimase immobile guardando il figlio, poi sbarrò gli occhi e pensò che la sua mascella gli sarebbe caduta in terra. Francesco aveva 18 anni ed era omosessuale, e lo aveva sempre detto a gran voce, fin da quando di anni non ne aveva nemmeno dodici. E la ragazza nella foto sembrava anche più vecchia del figlio, almeno sui 22 o 23 anni. «Cosa? Ma tu …»

«Sì, papà, certo, non ho cambiato sponda, è solo che … non so perché, da quando ho 13 anni, sogno questa ragazza, o una che le assomiglia come una goccia d’acqua, e in quei sogni facciamo l’amore. Ho avuto con lei la mia prima polluzione notturna.»

“Ecco una di quelle cose che avrei fatto a meno di sapere” pensò Marco, poi guardò di nuovo la ragazza, e pensò che non fosse proprio identica alla persona che conosceva lui, quella aveva un …

«Però la ragazza dei miei sogni ha un neo vicino al sopracciglio sinistro, un piccolo neo rotondo.» disse Francesco ridendo, sì, la Bella Signora ha un piccolo neo che lei non ha.

Il ragazzo ripose l’opuscolo sulla pila di quotidiani vecchi, lanciò un ultimo sguardo alla foto della modella e poi si voltò a guardare il padre. Rimase stupito dall’espressione che aveva, «Cosa c’è, papà? Stai male?»

«Cosa? No, è che … è solo che mi è sembrato… La Bella Signora? Perché la chiami così?»

«Perché la sogno fin da quando ero piccolo, ogni tanto sognavo questa bella signora con i capelli castani e ricci che giocava con me. Spesso andavo a dormire perché speravo che venisse a prendermi per un lungo giro in campagna con lei.»

Marco si sentiva strano, era una sensazione di dejà vu davvero fastidiosa, «E perché non ne hai mai parlato?»

«Erano sogni, nulla di strano.» gli disse e poi si voltò sentendo il riconoscibile clacson dell’auto della madre che era venuto a prenderlo. Un altro finesettimana era finito. Il ragazzo prese lo zaino e abbracciò il padre e gli disse: «Ciao, Papone, vado. Vieni a salutare mamma?»

Forse il sorriso che gli sbocciò sulle labbra fu un po’ troppo acidulo e sarcastico, se lo cancellò dal volto con una certa fatica e disse: «No, salutamela, però. Divertiti questa settimana!» e, guardando il figlio che correva giù dalle scale si pentì di non aver detto quel “dille che le voglio bene” che gli si era fermato sulla punta della lingua. Le voleva bene, gliene voleva molto, ma come fai a dirlo alla tua ex moglie che si è risposata?

Andò sul balcone e salutò il figlio e Anna che si sporse dal finestrino della sua auto rossa. Le vide fare quel piccolo gesto con la mano, quando salutava sembrava sempre un micio che sta facendo un grattino in aria. Le sorrise ricacciando un singhiozzo, era tutto finito, la nave aveva ormai superato il punto di non ritorno e l’unica possibilità di sopravvivere era andare avanti nella navigazione, per quanto gli mancasse la terra lasciata alle sue spalle. Anna e Francesco svoltarono l’angolo e lui rimase a guardare la strada percorsa da passanti indaffarati nelle loro conversazioni con gli smartphone. Di nuovo solo.

Tornato dentro cominciò a smistare in due mucchi i giornali che stavano seriamente rischiando di rovinare in terra, tenne solo i tre quotidiani comprati negli ultimi giorni, il Venerdì e quella rivista di giardinaggio con l’articolo sulle ortensie. Cominciò a infilare i giornali da buttare in una delle robuste borse del supermercato e si fermò quando toccò alla rivista della profumeria. La ragazza dai capelli castani e dai denti candidi continuava a ridere bloccata in quello scatto per sempre. Sì, era un volto che conosceva, senza dubbio, ma le mancava un neo a fianco del sopracciglio.

Si sedette con la rivista in mano guardando quel volto. Era quasi uguale al volto che gli sembrava di conoscere, come quando in un film trovano un attore davvero somigliante al personaggio reale che deve interpretare, ma non riusciva a ricordare dove e quando l’avesse vista. Ma se l’aveva vista… chi era la donna che aveva fatto sesso con suo figlio tredicenne? Poggiò la rivista sul tavolo, andò sul balcone a controlla re se le piante avessero bisogno di acqua e poi tornò dentro e guardò di nuovo la foto. La Bella Signora… gli risuonò in testa come una nota falsa, quel nomignolo. La Bella Signora, suo figlio di notte giocava con la Bella Signora. Perché pensava ad un cimitero?

A forza di guardare la foto stava smettendo di vedere i lineamenti di quella modella e stava cominciando a notare solo i pixel della stampa, come in quelle immagini che giravano quando era ragazzo, una marea da puntini da guardare senza mettere a fuoco, fino a che spuntava l’immagine di una giraffa o di un rinoceronte.

Mise la rivista in cima alla pila di giornali, guardò per l’ennesima volta il viso sorridente contornato da mossi capelli castani e si dedicò alle pulizie borbottando tra sé e sé le parole “la Bella Signora” mentre la sua mente veniva catturata da quello che stava facendo.

Non avrebbe più pensato a quel fatto fino a due giorni dopo, quando gli sarebbe arrivato quel pacco di carte ingiallite. Ma la sognò, anche lui sognò la Bella Signora, con il suo neo accanto al sopracciglio.