giovedì 18 giugno 2026

La Bella Signora (4)

 Quarto capitolo, il  nostro protagonista fa delle strane scoperte.

Buona lettura!


IV

 

Tornò in banca solo per dire che stava male e si prendeva il pomeriggio, non era nemmeno una balla, tra l’altro, perché stava davvero malissimo. Aveva visto una serie meravigliosa, Andor, e c’era un’inquadratura che, inizialmente, lo aveva lasciato un po’ interdetto: il personaggio di Stellan Skarsgård scopriva di essere stato identificato dall’Impero e che l’Impero stesso stava costruendo la Morte Nera; dopo essere stato costretto ad uccidere il suo informatore, ormai “bruciato”, il personaggio era stato ripreso dal regista mentre camminava in città, ma l’inquadratura era sghemba, inclinata di 30 gradi. Solo dopo aveva capito che l’inquadratura era il modo di visualizzare la mente sconvolta del personaggio. Ecco, un ipotetico regista della sua vita, Dario Argento probabilmente, avrebbe dovuto inclinare la macchina da presa di più di 90 gradi, perché lui si sentiva così.

Arrivato a casa si fece una doccia sperando che gli chiarisse le idee, ma riuscì, al massimo, a levargli il sudore di dosso. Prese la rivista pubblicitaria e la poggiò sul tavolo, poi prese il diario di suo nonno e lo sfogliò velocemente, arrivato all’ultima pagina con annotazioni lo posò, con un coltello appoggiato di traverso per tenerlo aperto, accanto alla rivista. La carta era ingiallita e macchiata, il disegno era fatto a penna e suo nonno non era stato certo un grande disegnatore, o almeno non lo era in guerra, nell’inverno ucraino e sotto ai bombardamenti dell’Armata Rossa, ma la somiglianza tra la donna sognata da suo nonno e la modella era impressionante. E poi c’era il neo, il neo che avevano ricordato, autonomamente, lui e Francesco.

Diede una scorsa veloce al diario di suo nonno, la vita in guerra, i commilitoni, la mancanza della moglie a casa, la preoccupazione per il figlio nato dopo la sua partenza e che sperava di vedere un giorno. La fame, il freddo, la morte di un suo amico, il soldato russo che aveva dovuto uccidere con la baionetta, ancora la moglie e il figlio, e poi … il sette di dicembre del ’42, ecco la prima menzione: “Stanotte ho sognato di nuovo la mia amica di quando ero piccolo. È stato strano, dopo tutti questi anni, era qua vicino a me, ma non era inverno, gli alberi davanti all’isba dove ci siamo rifugiati non erano scheletri i cui rami si sporgevano minacciosi verso il cielo, ma fronde verdi e bellissime, cariche di frutti. Abbiamo camminato mano nella mano, e poi abbiamo fatto l’amore, come la prima volta, quando avevo tredici anni.”

Saltò dalla sedia facendo cadere il vecchio diario, come se questo si fosse improvvisamente trasformato in un serpente velenoso. La stessa identica cosa del figlio, uguale. Raccolse il diario e, sfogliate le pagine fino a ritrovare la data del sette dicembre, riprese a leggere. “Non è invecchiata di un solo giorno, è sempre bellissima e con quei capelli ricci castani ad incorniciarle il volto. Mi era mancata.

Coricati sull’erba in una fresca mattinata d’estate chiacchieravamo di non so più cosa nudi e felici, mentre le accarezzavo con la punta del dito il ventre e i seni. Aveva ancora quella cicatrice sul seno sinistro, una brutta ferita che sembrava sempre appena richiusa…” e qui Marco lesse una cosa che lo colpì ancora di più. “La stessa ferita di cui mi aveva parlato papà quando mi aveva raccontato della ragazza che visitava i suoi sogni.”

Ora l’inquadratura sarebbe stata ribaltata di 180 gradi, sicuramente. Camminò su gambe che gli sembravano lunghe e oscillanti come trampoli e andò a prendere gli album da disegno del padre, sfogliò velocemente il primo, nulla, poi sfogliò il secondo sapendo già benissimo cosa avrebbe trovato, sapendo benissimo cosa avesse intravisto il giorno prima. Eccolo, data del sette marzo 1968, un ritratto davvero magistrale, un volto che sembrava emergere dal foglio in tutta la sua tridimensionalità e in tutta la sua vitalità. Mise anche quello accanto alla rivista e al diario, rabbrividendo. La stessa donna, quella era evidentemente la stessa donna. Suo figlio, lui, suo padre, suo nonno e anche il suo bisnonno. Cinque generazioni, da almeno 150 anni la stessa donna visitava i sogni degli uomini della sua famiglia fin dall’infanzia e li “svezzava” al compimento dei 13 anni.

Doveva ricordare tutto quello che aveva dimenticato su di lei e doveva scoprire più cose sui suoi antenati.