mercoledì 17 giugno 2026

La Bella Signora (3)

 Oggi un episodio un po' più breve. 

Buona lettura!


III

 

La filiale della banca in cui lavorava era a un paio di minuti di cammino dall’agenzia di pompe funebri. Finito il suo panino che aveva mangiato sulla panchina nel piccolo parco vicino al castello ottocentesco che dominava il quartiere andò alla porta dell’agenzia dai colori sobri. L’impiegato gli fece cenno di entrare e gli presentò due cassette.

«Qua ci sono le ossa di suo nonno, che mi risulta siano state trovate sotto a una casa di mattoni crollata, e qui,» e spinse verso di lui una scatola di legno lucido lunga una trentina di centimetri, «Ci sono i suoi effetti personali. Un orologio, un accendino,» lesse su un foglio stampato che aveva poggiato davanti a sé «un anello d’oro con la data 15 maggio 1940 e i nomi Andrea e Susanna, e un diario rilegato in pelle.»

Prese la scatola, firmò la ricevuta e la infilò nel suo zainetto.

«Per quanto riguarda le ossa, mi risulta che sia suo padre che sua madre siano stati inumati a …» lesse su un altro foglio aggiustandosi gli occhiali «Nella tomba di famiglia a Cornigliano Monferrato. Portiamo anche questa cassetta lì?»

Marco aveva sempre pensato che non ci fosse molta differenza tra una tomba di marmi pregiati e una discarica, visto che il morto è solo una roba che deve ridursi in terriccio, ma forse era quello che il suo sconosciuto nonno avrebbe voluto. Se era disposto a mensilmente soldi con l’abbonamento a Netflix, allora poteva anche spendere qualche centone per le ceneri di un poveraccio morto a nemmeno venticinque anni. «Certo.»

«Cosa scriviamo sulla lapide?» chiese l’impiegato.

«Nome, cognome, data di nascita e di morte. Immagino che quest’ultima sia un po’ imprecisa, no?»

«Possiamo mettere l’anno.»

«Un attimo!» disse avendo avuto un’idea improvvisa. Aprì la scatola e prese il diario. Lo aprì e vide quella calligrafia elegante ed antiquata su carta ingiallita e macchiata, scorse le pagine intravedendo qua e là qualche frase, il nome di suo padre lo lesse almeno sei volte, poi arrivò in fondo. L’ultima annotazione riportava la data del 29 dicembre 1942, e il luogo, Arbuzovka. Disse la data all’impiegato mentre il suo cuore saltava un paio di battiti. Tremando e sudando lesse e rilesse l’ultima cosa scritta da suo nonno prima di morire più di ottanta anni prima. “L’ho sognata anche stanotte!” e, sotto, disegnata con veloci e decisi tratti di penna, l’immagine di una bellissima ragazza dai capelli ricci scuri, con un neo accanto al sopracciglio. Richiuse il diario, lo ripose meccanicamente nello zaino con le mani che tremavano e si alzò per uscire.

L’impiegato gli diede la mano e, sentendo che stava tremando e guardandolo in faccia, doveva essere terreo, gli chiese se si sentisse bene.

«No, è solo che… mi sono ricordato improvvisamente i miei genitori,» mica poteva dirgli che aveva appena visto un fantasma che perseguitava la sua famiglia da quasi un secolo, non voleva finire in una cella imbottita «Non pensavo che la cosa mi potesse colpire ancora così tanto… potrebbe darmi un bicchiere d’acqua?»

L’impiegato, che doveva essere abituato a scene simili, col lavoro di merda che faceva, corse nel retro e tornò con un bicchiere. Lo bevve deglutendo a fatica l’acqua fredda e, mentre una punta di mal di testa gli trapanava per un attimo la testa, gli rese il bicchiere. «Grazie!» disse, e poi mentì «Va molto meglio. Aspetto sue notizie riguardo alla tomba su in Piemonte.» ed uscì su gambe che sembravano fatte di ricotta.

Quand’era stato il momento preciso in cui la sua vita era diventata un racconto dell’orrore?