Quarto capitolo, il nostro protagonista fa delle strane scoperte.
Buona lettura!
IV
Tornò in banca solo per dire che stava
male e si prendeva il pomeriggio, non era nemmeno una balla, tra l’altro, perché
stava davvero malissimo. Aveva visto una serie meravigliosa, Andor, e c’era un’inquadratura
che, inizialmente, lo aveva lasciato un po’ interdetto: il personaggio di
Stellan Skarsgård scopriva di essere stato identificato dall’Impero e che l’Impero
stesso stava costruendo la Morte Nera; dopo essere stato costretto ad uccidere
il suo informatore, ormai “bruciato”, il personaggio era stato ripreso dal
regista mentre camminava in città, ma l’inquadratura era sghemba, inclinata di
30 gradi. Solo dopo aveva capito che l’inquadratura era il modo di visualizzare
la mente sconvolta del personaggio. Ecco, un ipotetico regista della sua vita,
Dario Argento probabilmente, avrebbe dovuto inclinare la macchina da presa di
più di 90 gradi, perché lui si sentiva così.
Arrivato a casa si fece una doccia
sperando che gli chiarisse le idee, ma riuscì, al massimo, a levargli il sudore
di dosso. Prese la rivista pubblicitaria e la poggiò sul tavolo, poi prese il
diario di suo nonno e lo sfogliò velocemente, arrivato all’ultima pagina con
annotazioni lo posò, con un coltello appoggiato di traverso per tenerlo aperto,
accanto alla rivista. La carta era ingiallita e macchiata, il disegno era fatto
a penna e suo nonno non era stato certo un grande disegnatore, o almeno non lo
era in guerra, nell’inverno ucraino e sotto ai bombardamenti dell’Armata Rossa,
ma la somiglianza tra la donna sognata da suo nonno e la modella era
impressionante. E poi c’era il neo, il neo che avevano ricordato,
autonomamente, lui e Francesco.
Diede una scorsa veloce al diario di
suo nonno, la vita in guerra, i commilitoni, la mancanza della moglie a casa,
la preoccupazione per il figlio nato dopo la sua partenza e che sperava di
vedere un giorno. La fame, il freddo, la morte di un suo amico, il soldato
russo che aveva dovuto uccidere con la baionetta, ancora la moglie e il figlio,
e poi … il sette di dicembre del ’42, ecco la prima menzione: “Stanotte ho
sognato di nuovo la mia amica di quando ero piccolo. È stato strano, dopo tutti
questi anni, era qua vicino a me, ma non era inverno, gli alberi davanti all’isba
dove ci siamo rifugiati non erano scheletri i cui rami si sporgevano minacciosi
verso il cielo, ma fronde verdi e bellissime, cariche di frutti. Abbiamo camminato
mano nella mano, e poi abbiamo fatto l’amore, come la prima volta, quando avevo
tredici anni.”
Saltò dalla sedia facendo cadere il
vecchio diario, come se questo si fosse improvvisamente trasformato in un
serpente velenoso. La stessa identica cosa del figlio, uguale. Raccolse il
diario e, sfogliate le pagine fino a ritrovare la data del sette dicembre,
riprese a leggere. “Non è invecchiata di un solo giorno, è sempre bellissima e
con quei capelli ricci castani ad incorniciarle il volto. Mi era mancata.
Coricati sull’erba in una fresca
mattinata d’estate chiacchieravamo di non so più cosa nudi e felici, mentre le
accarezzavo con la punta del dito il ventre e i seni. Aveva ancora quella
cicatrice sul seno sinistro, una brutta ferita che sembrava sempre appena
richiusa…” e qui Marco lesse una cosa che lo colpì ancora di più. “La stessa
ferita di cui mi aveva parlato papà quando mi aveva raccontato della ragazza
che visitava i suoi sogni.”
Ora l’inquadratura sarebbe stata
ribaltata di 180 gradi, sicuramente. Camminò su gambe che gli sembravano lunghe
e oscillanti come trampoli e andò a prendere gli album da disegno del padre,
sfogliò velocemente il primo, nulla, poi sfogliò il secondo sapendo già
benissimo cosa avrebbe trovato, sapendo benissimo cosa avesse intravisto il
giorno prima. Eccolo, data del sette marzo 1968, un ritratto davvero
magistrale, un volto che sembrava emergere dal foglio in tutta la sua
tridimensionalità e in tutta la sua vitalità. Mise anche quello accanto alla
rivista e al diario, rabbrividendo. La stessa donna, quella era evidentemente
la stessa donna. Suo figlio, lui, suo padre, suo nonno e anche il suo bisnonno.
Cinque generazioni, da almeno 150 anni la stessa donna visitava i sogni degli
uomini della sua famiglia fin dall’infanzia e li “svezzava” al compimento dei
13 anni.
Doveva ricordare tutto quello che
aveva dimenticato su di lei e doveva scoprire più cose sui suoi antenati.