mercoledì 5 agosto 2026

La Bella Signora (9)

 

Non sono sicuro che questo capitolo sia poi 'sto gran ché, ma mi sto sforzando di scrivere e di terminare la storia, perché anche la mente è, metaforicamente, un muscolo e solo il continuo allenamento la prepara e la abitua a scrivere storie.

Buona lettura!


La Bella Signora (9)

 

Le sue uniche conoscenze riguardo all’archeologia si limitavano al fatto che gli archeologi portano il Fedora, usano la frusta e odiano i nazisti, particolare che lo rendeva un loro simile, e quindi non sapeva assolutamente cosa fosse quel locale dalle pareti di pietra ricoperte di intonaco affrescato che si trovò di fronte. Una sala di una casa nobiliare romana? Una tomba a camera? Una chiesa paleocristiana? Non lo sapeva e, dopotutto, non gli interessava troppo saperlo. Quello che contava era che, sotto alla sua tomba di famiglia, affondata nel fertile terreno della pianura del Basso Piemonte, stava un’ampia sala di forse sette metri per otto, dalla volta a botte e con il pavimento di grossi lastroni policromi; che da un lato della stanza, a circa un metro dal muro, stava un altare, o un sarcofago, o comunque una struttura di marmo decorata di due metri per uno e alta un metro e venti e che, e questa era la parte davvero importante, coricata sul lato superiore di questo altare stava una donna, nuda. Era supina, la testa appoggiata su un sostegno di marmo bianco a forma di cuscino, le braccia ripiegate vicino ai fianchi con le mani che si incontravano, le dita intrecciate, sull’addome. Una spada di ferro dall’elsa di osso, legno e cuoio dall’aspetto elaborato le trapassava il seno sinistro e il petto inchiodandola al ripiano di marmo.

Era pallida, bianca quasi come il marmo su cui era stesa, la pelle liscia e perfetta, le uniche note di colore di tutto il suo corpo erano i capelli e il pube, entrambi ricci e castani, i capezzoli rosati e le labbra, di un rosso scarlatto che sembrava brillare nella penombra della stanza. Le sopracciglia erano arcuate e sottili, non respirava e non perdeva sangue dalla ferita. Era morta, da secoli, e lo stava guardando con i suoi occhi verdi, lo fissava e, malgrado la sua testa fosse immobile, il suo sguardo lo seguiva come si dice che faccia la Gioconda ai visitatori della sua sala al Louvre. Le sopracciglia e le ciglia erano castane, il neo a fianco del sopracciglio sinistro era una minuscola macchiolina color mogano, gli occhi erano verdi e, dentro alle pupille, una luce rossa, come una brace in un tronco carbonizzato, brillava gelida.

O si trovava di fronte a un vampiro, prospettiva agghiacciante, o era così incredibilmente impazzito da credere di essere dentro ad una cripta al di sotto di un cimitero, prospettiva altrettanto spaventosa. Girò intorno all’altare esaminando la vampira, seguito dal movimento delle sue pupille rossastre, notando che era ricoperta da uno strato di polvere grigiastra, come tutto nella sala che odorava di chiuso e antichità. Le sfiorò un braccio e sentì il gelo di quella pelle priva di vita. Era morta, e lo stava guardando, non con odio, ma con curiosità. Era la donna più bella e sensuale che avesse mai visto in tutta la sua vita. Era terrorizzato, raggelato fino al midollo delle ossa dal terrore, ma era anche eccitato, gli sembrava, per la prima volta, di vedere quello che una donna doveva davvero essere.

Scosse la testa per risvegliarsi da quell’incantamento che lo aveva preso, risalì di corsa le scale e andò a prendere la borsa che aveva lasciato su, tra le tombe dei suoi antenati, poi ridiscese e stese in terra le due coperte e vi poggiò il cuscino. Mise su una mensola un paio di candele che accese con dei fiammiferi. Poi prese dalla tasca il flacone di pillole di melatonina e ne buttò giù una con un sorso d’acqua, e sapeva che questo lo avrebbe fatto crollare peggio di una fucilata.

«Dobbiamo parlare, Bella Signora.» le disse e si coricò a fianco di quell’altare e aspettò. Il sonno arrivò in fretta e non tentò di resistervi. Dopo qualche attimo di buio e assenza si trovò in una campagna verde e piena di alberi in fiore, si alzò e si guardò intorno. «Non saresti dovuto venire qui, Marco.» gli disse una voce dolce e un po’ roca «Avevo detto a tuo figlio di fartelo sapere.»

Si voltò verso di lei e la guardò ammirato. Indossava una tunica, o un peplo, non poteva essere più preciso, ma il suo corpo, velato da quella stoffa bianca e sottile, era ancora più irresistibile della sua versione nuda che aveva visto nel mondo reale.

«E io ti ho detto che dobbiamo parlare.» le rispose.

 

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