giovedì 6 agosto 2026

La Bella Signora (10) FINE

 

Ultima parte di questa storia. Sono soddisfatto di averla portata a termine, spero che a qualcuno porterà un po' di divertimento leggerla. Buona lettura!


La Bella Signora (10)

 

La splendida donna cominciò a camminare per un sentiero curato, i piedi nudi che si posavano sul terriccio e il pietrisco con la leggerezza di una piuma portata dal vento, mentre una brezza le agitava il peplo di tessuto finemente pieghettato e i capelli che le scendevano a cascata sulla schiena. Lui la seguì e la raggiunse dopo pochi passi, continuando a camminare accanto a lei.

«Marco, spero che questa volta ti ricorderai di me al risveglio, comincia ad essere fastidioso questo fatto che non ricordi i sogni.»

«Io comincio a trovare fastidioso che tu uccida tutti i maschi della mia famiglia a poco più di 50 anni.» le rispose con una voce gelida come un colpo di rasoio.

«Ah, vuoi andare subito al sodo? Di solito facciamo un po’ di giochini, prima.» e gli sorrise. Il sorriso più bello della storia, ma gli occhi non sorridevano, erano come gli occhi di un lupo.

«Non vorrei morire tra qualche mese, e, soprattutto, non vorrei che tu ammazzassi mio figlio.»

«Lui è contento di incontrarmi, fin da quando era un bimbo piccolo e lo portavo a spasso per questa campagna.»

«E dove sarebbe questa campagna?» le chiese guardandosi intorno.

«Nella mia mente, nei miei ricordi, anzi, da quando, secoli fa, un tuo antenato è entrato nella mia tomba e mi ha impalato. Sono intrappolata nei miei ricordi.»

«Quindi sarebbe una vendetta? Ci uccidi perché lui ti infilò una spada nel cuore?»

Lei si fermò, abbassò il bordo superiore del peplo e gli mostrò la ferita aperta nel seno sinistro. «Non ne avrei il diritto? Fa male, sai, non è un segno sulla pelle e basta. E poi soffro da secoli la fame.»

«E, quindi, ti vendichi?»

«No. Nessuna vendetta, Io esisto nutrendomi di vite, e quel tuo antenato ha legato la sua vita alla mia, fino a che sarò impalata su quel marmo mi nutrirò della sua, della vostra anzi, vita.»

«Posso convincerti a non farlo?»

«Non è una cosa che ho scelto, io esisto in questo modo.»

«Posso fermarti?»

Lei lo guardò sorridendo, in maniera più sincera, adesso, ma con una punta di malinconia in fondo allo sguardo. «Il tuo antenato mi ha fermato.»

«Posso fermarti in quello che stai facendo?»

«Io esisto così. Io mi nutro di vite.»

«Posso salvare mio figlio?»

«Dalla morte, naturalmente, no. Da me… sì. Sei pronto a pagarne il prezzo?»

«Si tratta di un prezzo alto?»

Di nuovo quel sorriso malinconico, c’era molta tristezza in quel viso perfetto. «Esistono prezzi di altro genere, per le cose importanti?»

Lui la superò di una decina di passi e camminò in silenzio, riusciva a pensare solo a suo figlio, a suo figlio con una data di scadenza. Riusciva a visualizzare, con gli occhi della mente che non erano miopi come quelli veri, una tomba in quella piccola cripta, una tomba con il nome e il cognome di suo figlio, e due date, distanti tra loro esattamente 50 anni e 10 giorni, una tomba che sarebbe stata lì per colpa sua. Quale prezzo sarebbe stato troppo alto per far vivere suo figlio anche soltanto un giorno di più?

«Sono pronto.»

«Non mi hai chiesto quale sia il prezzo da pagare.»

«Lui vivrà più di 50 anni e 10 giorni?»

«Non posso fare nulla per difenderlo da malattie, incidenti o atti di violenza, ma posso giurarti che, se pagherai il prezzo, io non lo toccherò mai più in tutta l’eternità.»

«Questo vale qualunque prezzo di questo o di tutti gli altri mondi.»

Lei lo raggiunse e gli accarezzò il viso. Sorrise, e in quel sorriso c’era gioia, ma anche tristezza. «Lo scopriremo insieme.

E ora, come facciamo da decenni, amami in questo prato, Marco, dopo ti dirò il prezzo e come pagarlo.»

Si baciarono, fecero l’amore e poi, in un idilliaco crepuscolo che durò ore come in un sogno, lei gli spiegò cosa avrebbe dovuto fare. Sì, era un prezzo giusto per la vita di Francesco. Ed era il prezzo più alto di sempre. Se così doveva essere, che così fosse.

 

Anni dopo …

 

Francesco e suo marito Aldo guardarono loro figlio che usciva dalla vecchia tomba di famiglia. «Quindi il nonno è morto qui?»

«Sì. A 50 anni e 10 giorni, destino della nostra famiglia, evidentemente. Lo hanno trovato che era morto da una dozzina di ore, un ictus lo aveva ucciso istantaneamente tra le tombe dei suoi genitori e quella di suo nonno.»

«Avrei voluto conoscerlo.» disse il ragazzo di poco più di sedici anni.

«Vi sareste piaciuti, stesso senso dell’umorismo, oltre che stessa faccia.»

«Quindi era anche lui incredibilmente bello?»

«Visto, Aldo? Stesso senso dell’umorismo.»

Il ragazzo rise sonoramente mentre chiudevano il cancello di ferro e si allontanavano dalla tomba. Poi guardò il padre e disse: «Però ti sei sbagliato, Pa’.»

«Perché?»

«Non c’è nessuna maledizione. Tu hai 50 anni e 15 giorni.»

Francesco guardò la tomba e sentì una piccola fitta al cuore, ricordando, quasi, un sogno in cui la sua amica immaginaria lo aveva salutato e gli aveva detto che suo padre l’aveva salvato. «Le maledizioni si possono rompere, se qualcuno ha il coraggio di farlo.» e i tre si allontanarono con la loro auto.

 

Dentro alla tomba Marco e la Bella Signora guardarono i tre che si allontanavano. In piedi uno accanto all’altra i due vampiri stettero in silenzio fino a che l’auto scomparve all’orizzonte. Sul petto di lei c’era solo una piccola cicatrice, il sangue di centinaia di vittime l’aveva, nei decenni, guarita. Marco pensò a quanto fossero costati quei cinque giorni di vita, e quelli che dopo sarebbero venuti, se suo figlio avesse vissuto una lunga vita. Il prezzo era stato alto.

«Ne è valsa la pena?» gli chiese lei abbracciandolo.

Lui rimase in silenzio, guardando il sole che tramontava e pensando ad un’eternità di uccisioni e sangue, pensando a un’eternità di vite distrutte per salvarne una. «Sì.»

 

 

                                                                                                                                        FINE.

mercoledì 5 agosto 2026

La Bella Signora (9)

 

Non sono sicuro che questo capitolo sia poi 'sto gran ché, ma mi sto sforzando di scrivere e di terminare la storia, perché anche la mente è, metaforicamente, un muscolo e solo il continuo allenamento la prepara e la abitua a scrivere storie.

Buona lettura!


La Bella Signora (9)

 

Le sue uniche conoscenze riguardo all’archeologia si limitavano al fatto che gli archeologi portano il Fedora, usano la frusta e odiano i nazisti, particolare che lo rendeva un loro simile, e quindi non sapeva assolutamente cosa fosse quel locale dalle pareti di pietra ricoperte di intonaco affrescato che si trovò di fronte. Una sala di una casa nobiliare romana? Una tomba a camera? Una chiesa paleocristiana? Non lo sapeva e, dopotutto, non gli interessava troppo saperlo. Quello che contava era che, sotto alla sua tomba di famiglia, affondata nel fertile terreno della pianura del Basso Piemonte, stava un’ampia sala di forse sette metri per otto, dalla volta a botte e con il pavimento di grossi lastroni policromi; che da un lato della stanza, a circa un metro dal muro, stava un altare, o un sarcofago, o comunque una struttura di marmo decorata di due metri per uno e alta un metro e venti e che, e questa era la parte davvero importante, coricata sul lato superiore di questo altare stava una donna, nuda. Era supina, la testa appoggiata su un sostegno di marmo bianco a forma di cuscino, le braccia ripiegate vicino ai fianchi con le mani che si incontravano, le dita intrecciate, sull’addome. Una spada di ferro dall’elsa di osso, legno e cuoio dall’aspetto elaborato le trapassava il seno sinistro e il petto inchiodandola al ripiano di marmo.

Era pallida, bianca quasi come il marmo su cui era stesa, la pelle liscia e perfetta, le uniche note di colore di tutto il suo corpo erano i capelli e il pube, entrambi ricci e castani, i capezzoli rosati e le labbra, di un rosso scarlatto che sembrava brillare nella penombra della stanza. Le sopracciglia erano arcuate e sottili, non respirava e non perdeva sangue dalla ferita. Era morta, da secoli, e lo stava guardando con i suoi occhi verdi, lo fissava e, malgrado la sua testa fosse immobile, il suo sguardo lo seguiva come si dice che faccia la Gioconda ai visitatori della sua sala al Louvre. Le sopracciglia e le ciglia erano castane, il neo a fianco del sopracciglio sinistro era una minuscola macchiolina color mogano, gli occhi erano verdi e, dentro alle pupille, una luce rossa, come una brace in un tronco carbonizzato, brillava gelida.

O si trovava di fronte a un vampiro, prospettiva agghiacciante, o era così incredibilmente impazzito da credere di essere dentro ad una cripta al di sotto di un cimitero, prospettiva altrettanto spaventosa. Girò intorno all’altare esaminando la vampira, seguito dal movimento delle sue pupille rossastre, notando che era ricoperta da uno strato di polvere grigiastra, come tutto nella sala che odorava di chiuso e antichità. Le sfiorò un braccio e sentì il gelo di quella pelle priva di vita. Era morta, e lo stava guardando, non con odio, ma con curiosità. Era la donna più bella e sensuale che avesse mai visto in tutta la sua vita. Era terrorizzato, raggelato fino al midollo delle ossa dal terrore, ma era anche eccitato, gli sembrava, per la prima volta, di vedere quello che una donna doveva davvero essere.

Scosse la testa per risvegliarsi da quell’incantamento che lo aveva preso, risalì di corsa le scale e andò a prendere la borsa che aveva lasciato su, tra le tombe dei suoi antenati, poi ridiscese e stese in terra le due coperte e vi poggiò il cuscino. Mise su una mensola un paio di candele che accese con dei fiammiferi. Poi prese dalla tasca il flacone di pillole di melatonina e ne buttò giù una con un sorso d’acqua, e sapeva che questo lo avrebbe fatto crollare peggio di una fucilata.

«Dobbiamo parlare, Bella Signora.» le disse e si coricò a fianco di quell’altare e aspettò. Il sonno arrivò in fretta e non tentò di resistervi. Dopo qualche attimo di buio e assenza si trovò in una campagna verde e piena di alberi in fiore, si alzò e si guardò intorno. «Non saresti dovuto venire qui, Marco.» gli disse una voce dolce e un po’ roca «Avevo detto a tuo figlio di fartelo sapere.»

Si voltò verso di lei e la guardò ammirato. Indossava una tunica, o un peplo, non poteva essere più preciso, ma il suo corpo, velato da quella stoffa bianca e sottile, era ancora più irresistibile della sua versione nuda che aveva visto nel mondo reale.

«E io ti ho detto che dobbiamo parlare.» le rispose.

 

lunedì 3 agosto 2026

La Bella Signora (8)

 

Dopo settimane, un altro, breve, capitolo. Ho finalmente capito dove il racconto potrebbe andare a parare, e, in un paio di capitoli, dovrei portarlo a termine. Buona lettura.


La Bella Signora. (8)

 

Stava camminando per strada da forse un paio d’ore, non sapeva nemmeno dove fosse arrivato. Era sul sagrato di una chiesa, andò al portone sperando di entrare, anche se ateo gli sembrava comunque il posto più sicuro dopo aver scoperto di vivere dentro ad un racconto di vampiri. Naturalmente era chiuso. Tornò indietro, c’era una panchina, si sedette lì e cominciò a piangere.

“La Bella Signora”. Certo, che idiota! Lucy Wenstenra, la prima vittima di Dracula, la bella signora che cacciava bambini in un quartiere periferico di Londra fino a che una banda di azzimati signorotti in abiti tardo ottocenteschi non le avevano infilato un paletto nel cuore, riempito la bocca d’aglio e tagliato di netto il capo. La Bella signora.

Quando la voce dell’attore era arrivata a quel punto gli era sembrato che il mondo avesse cominciato a trasformarsi in un tunnel degli orrori, la sua famiglia era perseguitata da una vampira che visitava i loro sogni fin da quando erano in fasce, per poi diventare il loro sogno erotico ereditario e ammazzarli senza pietà allo scoccare del decimo giorno nel cinquantesimo anno di vita.

Le possibilità erano due, entrambe terrorizzanti. La prima era che lui fosse letteralmente impazzito e che avrebbe dovuto correre in ospedale per farsi ricoverare in psichiatria prima di ammazzare una povera tizia in strada dopo averla confusa con una non morta. E questa possibilità era molto probabile, e terribile. Ma la seconda possibilità era ancora più tremenda, in un modo che gli annebbiava la mente, perché questa possibilità era che questa vampira esistesse, che davvero perseguitasse la sua famiglia da secoli e che suo figlio sarebbe stato, come lui, una delle prossime vittime. E questa possibilità era così tremenda perché lui ci credeva. Dei dell’Olimpo, non è che ci credeva, no! Ne era sicuro fin nell’intimo della sua mente, sapeva che era vero.

Doveva scoprire la verità, doveva assolutamente farlo, ne andava di quel poco che restava della sua salute mentale. E sapeva come fare, cioè, più che altro sapeva dove andare… in una tomba di famiglia a Cornigliano Monferrato, tra le tombe delle vittime del mostro, proprio in quel punto in cui, camminando su una delle lastre del pavimento, suonava vuoto. Lì avrebbe incontrato la Bella Signora.

Si diede di nuovo malato al lavoro, prese un martello e dei grossi cacciavite che avrebbe potuto usare come piedi di porco per sollevare la lastra e partì in auto verso le nove del mattino.

Arrivato nel piccolo cimitero, totalmente deserto, entrò nella tomba di famiglia e si chiuse il cancelletto alle spalle. Incredibilmente lugubre, e fresco. Sì, almeno c’era fresco. Passò tra le tombe guardando le date di nascita e di morte, così improbabilmente corrispondenti, e andò poi verso l’uscita battendo i piedi con una certa violenza. TUM! TUM! TUM! DOONG! Ecco la lastra. Col cacciavite cominciò a scavare intorno al bordo, poi infilò la punta e fece forza. Dovette provare un paio di volte, fino a che, al terzo tentativo, la lasta si sollevò di un paio di centimetri. Preparò un altro cacciavite e lo infilò nella fessura spingendolo col piede quando sollevò per la seconda volta la lastra.

L’odore che arrivò da sotto fu indescrivibile. Odore di chiuso, odore di terra, odore di putrefazione. Ma anche odore di prati, di primavera, di tutte le cose belle. Sì, era l’odore che il piccolo Georgie sentiva mentre parlava con un buffo clown che stava in piedi dentro a un tombino nelle prime pagine di IT di Stephen King. Era l’odore che Georgie sentiva prima di vedersi strappare un braccio da un mostro indescrivibile. “Niente coglioni, niente gloria!” disse ad alta voce nella cappella deserta e buia, poi infilò le dita sotto alla lastra e, con un notevole sforzo, la fece scivolare di lato.

Degli scalini di pietra portavano in un vano sotterraneo, e lui, sapendo che era sbagliato, che era l’errore peggiore della sua vita, li discese facendosi luce con la torcia del telefono.

Quello che trovò di sotto fu impossibile, inaspettato, incredibile, ma, in un certo qual modo, fu esattamente quello che lui sapeva lo avrebbe aspettato lì sotto.