Quinto capitolo, la storia della donna che visita i sogni dei Ferrero si fa più gotica.
Buona lettura!
V
Doveva essere stato un bambino davvero
particolare, visto che la scena che lo aveva più terrorizzato, ma tanto da
dargli incubi, vista in un film non aveva riguardato un mostro o una tragica
morte, ma un uomo che perdeva il controllo di sé. Il film in questione era
Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg (sia sempre benedetto
il suo nome, pensò da cinefilo di stretta osservanza) e la scena era quella in
cui il protagonista Richard Dreyfuss dava fuori di matto dopo aver visto
passare sopra alla sua testa un disco volante e distruggeva il salotto di casa,
il giardino, e la sua famiglia, tentando di costruire quello che aveva in testa
e che non riusciva a identificare. Passava dal purè modellato con la forchetta
sul piatto durante il pranzo a un piccolo modello fatto con la creta ad un
enorme mamozzone di fango, terra e pietre tirato su nel suo salotto dopo, per
il piccolo Marco, agghiaccianti liti con la moglie che assisteva, impotente,
alla discesa nella follia del marito.
I suoi genitori gli avevano evitato
scene simili, anche perché papà se ne era andato via con il signor infarto nel
1992 quando Marco aveva solo 14 anni e lui, anni dopo, aveva fatto di tutto per
evitare che la fine del suo matrimonio diventasse per Francesco ancora più
traumatico del dovuto. Aveva ingoiato un po’ di rospi senza ribattere, come, doveva
dargliene atto, aveva fatto anche Anna, e di scenate davanti al ragazzino ce ne
erano state poche, e molto “signorili”. E ora, solo nella sua casa, si sentiva
una versione solo un po’ meno fangosa del Dreyfuss di quel vecchio film. Il tavolo
era tappezzato di pagine di diario, di disegni, di fogli su cui aveva segnato
dati significativi con un grosso pennarello, e, al centro di tutto, la rivista
con la foto dell’ignota modella e i due disegni fatti da suo padre e da suo
nonno. Almeno non aveva usato la terra dei vasi in giardino per erigere una
fangosa effigie della misteriosa Bella Signora sul tavolo di legno lucido.
Suo nonno l’aveva sognata, suo padre l’aveva
sognata, suo figlio la sognava e lui … lui la conosceva, senza dubbio, ma lui
aveva sempre avuto il problema di non ricordarsi affatto i suoi sogni. Se fosse
stato un paziente del buon vecchio Sigmund questi avrebbe avuto i suoi bei
problemi a sviluppare le sue teorie incentrate sul sesso, sul sesso e … sul sesso.
Seduto davanti a quella stanza che
sembrava quella di un complottista in un film, pensò che avrebbe potuto
rivolgersi ad Anna, magari lei ricordava qualcosa che poteva averle detto
durante i lunghi anni del loro rapporto. E aveva anche un buon appiglio per
chiamarla.
Lo smartphone suonò libero, uno
squillo, due squilli, tre squilli … «Pronto?» rispose la voce allegra di Anna.
«Ciao Anna, come va?»
«Bene, Monster. Stavo correggendo i
temi dei miei piccoli studenti di quarta ginnasio.»
«Rabbrividisco al solo pensiero.» le
disse.
«Il tuo pensiero non può darti idea
degli abissi di orrore lovecraftiano che si aprono davanti agli occhi dell’incauto
lettore di questi testi maledetti.»
«Cthulhu! Yog Shoggoth!» disse ridendo
e fu contento di sentirla ridere con sincerità. C’erano voluti solo tre anni
per arrivare a rapporti quasi affettuosi.
«Dimmi per quale ragione hai
interrotto la mia immersione negli scritti pnacotici, o infedele, perché devo
finire entro stasera, purtroppo.»
«Francesco ti ha detto del fatto di
mio nonno?»
«Che lo hanno ritrovato in Russia? Sì,
strana storia, però.»
“Non sai quanto, bella mia!” pensò,
poi disse: «Martedì l’agenzia di pompe funebri manda un impiegato e un operaio
alla tomba di famiglia a Cornigliano Monferrato per traslare definitivamente la
cassetta con le ceneri e mi chiedevo se potrei portare anche Francesco… magari
gli interessa vedere le tombe dei suoi antenati.»
«A che ora sarebbe?»
«HO appuntamento alle 16 e 30 con l’impiegato
al cimitero, passo a prenderlo a scuola e andiamo direttamente.»
«Se lui è d’accordo, a me va
benissimo.»
«Gliel’ho chiesto con un messaggio, mi
ha detto che sarà divertente.»
«Ha scritto “divertente”?» chiese lei
con la voce sbalordita.
«Sì, assistere al seppellimento di un
soldato morto in guerra e disperso per ottanta anni lo ha definito divertente.»
«Abbiamo generato un mostro!» e scoppiò
a ridere.
«La genetica ha le sue leggi, Anna, la
genetica ha le sue maledettissime leggi.» e risero ancora. Ecco, era il
momento. «Ah, ora che mi ricordo… l’altro giorno Francesco ha visto una foto su
una rivista, e guardò quella foto per essere preciso, una ragazza con i capelli
castani, bella, sorridente, con il nasino affilato e le sopracciglia scure,
denti bianchissimi e mento abbastanza sottile, e ha detto che era quasi uguale
ad una che conosceva, ma non si ricordava chi fosse. Il problema è che anche a
me sembrava di conoscerla, e tutti e due ricordavamo un particolare, quella che
ricordavamo aveva un neo accanto al sopracciglio sinistro.
Tu conosci una persona simile?»
Qualche secondo di silenzio, poi uno
schiocco di lingua, conoscendola sapeva che si stava grattando la guancia con
le dita mentre arricciava il naso e guardava in alto a destra, faceva sempre
così quando tentava di ricordare, poi la sentì ridere di nuovo. «Certo che la
conosco, me l’hai descritta tu… non ti ricordi la tua amica, quella dei …» di
nuovo un paio di secondi di silenzio «Sì, quella dei cinquanta anni e dieci
giorni, me ne avevi parlato quando ci siamo messi insieme, durante quella
vacanza in tenda in Trentino, l’amica immaginaria che visitava i tuoi sogni da
bambino, la protagonista del tuo primo sogno erotico.»
Sì, ora si ricordava quelle
chiacchierate distesi nudi e sudati nel sacco a pelo, poco più che ventenni nella
tenda in mezzo ai boschi. Ora si ricordava. «Hai ragione, è vero. A me
ricordava lei. E cosa vuol dire questa cosa dei cinquanta anni e dieci giorni?»
«Mi avevi detto che questa cara amica
ti visitava tutte le notti e ti aveva detto che avrebbe potuto stare con te
solo cinquanta anni e dieci giorni.»
«Vero. Grazie, stavo impazzendo. Ora
bisognerà capire chi sia la persona che ricordava Francesco.»
«Una compagna di classe,
probabilmente, o una supplente alle elementari… boh! Ora ti devo salutare, devo
finire di leggere quei testi maledetti.»
«Buona lettura, Anna!» le disse e si
salutarono ridendo. Era stato bravo a fingere allegria, davvero bravo. In
realtà era più terrorizzato di quanto lo fosse mai stato in vita sua, perché,
davanti ai suoi occhi, stava un foglio su cui aveva scritto alcuni dati
riguardanti i suoi antenati. Carlo Maria Ferrero, il suo bisnonno, nato il 25
ottobre 1889 e morto il 4 novembre 1939. Cinquanta anni e dieci giorni. E poi
suo padre, Andrea, nato il 2 marzo 1942 e morto il 12 marzo 1992. Cinquanta
anni e dieci giorni.
Suo nonno era morto in guerra, sotto
alle macerie di una casa crollata. Lui non ce l’aveva fatta ad arrivarci. E lui
ancora non ci era arrivato, ma aprile 2027 non era così lontano, dopotutto. E
qui, come Dante nella Commedia, cadde come corpo morto cade, perdendo i sensi.
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