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domenica 8 settembre 2024

Zombie stellari. Episodio IV.

 

Ed ecco l'ultima parte, i nostri due eroi affrontano i mostri nella loro orrida tana.

Buona lettura!


«Rimani qui e coprimi sparando, non posso rallentare troppo combattendo con quegli esseri.» e fece partire un conto alla rovescia sulla sua polsiera. Appena entro, corrimi dietro.

«Che faccio con ‘sta schifezza?» disse indicando la zampetta marroncina.

«Lasciala qui, meglio non bruciarsela per nulla.» e gli diede un altro lungo bacio, meraviglioso e dolce. Lui rimise l’elmo e la guardò mentre correva verso la collina di rocce. Coricato in terra, l’occhio sul mirino, abbatté almeno una decina di quei cosi prima che la potessero raggiungere, lei dovette affettarne solo uno. Coi tempi ci stavano dentro, almeno per ora.

Vedere combattere un Jedi era sempre uno spettacolo, veloci, precisi, ai limiti del sovrumano per riflessi e agilità, capaci di tagliare a metà un nemico con la loro spada, potevano lanciare via un assalitore semplicemente muovendo una mano nella sua direzione, anche se la cosa che preferiva vedere, non contro questi viscidi nemici, era quando deflettevano lo sparo di un blaster colpendo di rimbalzo i nemici. Lei correva e tagliava, lui, dal bordo della zona d’influenza del Male, abbatteva i mostri con colpi precisi. Si stava appena scaldando quando, purtroppo, lei si infilò nell’apertura di una grotta alla base della piramide. Bene, era il momento. Lasciò la zampetta su un sasso e corse giù imbracciando il blaster in modalità mitraglietta, colpendo ancora un paio di mostri, questi degradati e decomposti fino a sembrare delle masse melmose al di sopra di scheletri umani.

Si fermò un attimo prima di entrare, controllando che non ne stessero arrivando altri a bloccargli la via di fuga; no, nessuno. Da dentro veniva un bel po’ di rumore, tanti bei fruscii di spada laser sventolata nell’aria e nei toraci dei nemici, e grugniti viscidi e mucosi, se così possono essere definiti dei suoni. Il cielo a oriente era ormai azzurro, e il suo timer diceva che mancavano due minuti. Si lanciò dentro.

Correndo nel buio si rese conto di cosa aveva visto sulla collina, a meno di mezzo chilometro da loro. L’astronave caduta quattrocento anni prima, ricoperta di vegetazione, ma ancora praticamente intatta. Forse, con le sue capacità di meccanico e ingegnere, avrebbe potuto far ripartire alcuni sistemi minori, tipo le comunicazioni… ma non era il momento, aveva un minuto e quarantacinque secondi per farla arrivare alla Vergenza.

 

Kayla stava combattendo al limite delle sue capacità, era davvero tutt’una con la Forza, si muoveva a velocità inaudita, fendendo quei mostri e disgregandoli con veloci spinte di Forza, mentre Lucky Boy, che era appena entrato, li abbatteva con precisione chirurgica col suo blaster. Le furono addosso in otto insieme e lei balzò in aria roteando la lama verde e decapitandoli con un unico gesto, mai era stata così forte in vita sua, le sembrò, per un attimo, di essere come il maestro Yoda. Riprese fiato e guardò la schiera di viscidi cadaveri che muoveva contro di lei e la Cosa dietro di loro. Il Lato oscuro era tangibile, sembrava una nebbia soprannaturale che gravava in fondo alla sala, e la Cosa era lì. Originariamente doveva essere stato un qualcosa di simile a uno strano fungo alieno, una specie di muffa enorme, ma poi era venuta in contatto con la Vergenza e con la povera padawan rodiana, che ancora poteva vedere, mummificata, decomposta, ma viva e impazzita, dentro alla mostruosità che si allargava intorno. La Cosa la temeva, voleva ucciderla, ma bramava il suo potere, voleva assimilarla più di quanto temeva per la sua esistenza, anche perché sapeva che una spada laser avrebbe potuto poco contro di lei. Guardò il timer, nove secondi. Bene, si voltò a guardare Lucky Boy, per la prima volta in vita sua sentì di provare amore, vero amore. Bene, non era una brutta sensazione da provare morendo. Corse, in mezzo ai mostri, ne abbatté un paio, poi saltò in alto con un doppio salto mortale e si tuffò dentro alla Cosa, alla base dove affondava in una cavità nel terreno. Orridi viticci di quella mostruosità si protesero veloci come serpenti verso di lei, ma aveva calcolato i tempi con precisione. La spada entrò nella cavità e nello pseudo-fungo esattamente nel momento in cui le due stelle lanciavano il loro devastante lampo elettromagnetico. Il blaster di Lucky Boy si spense, i due timer si spensero e … tutta l’energia che riempiva l’atmosfera si incanalò attraverso di lei e le sue mani nel cristallo Kyber dentro alla sua spada. L’energia delle due stelle fu assorbita nel cristallo insieme alla sua Forza, e poi il cristallo la fece esplodere dentro alla Vergenza. E poi fu solo un incredibile, inteso, brevissimo attimo di luce e vittoria contro il Lato Oscuro. E dopo fu solo il buio.

 

Lucky Boy si risvegliò che i due soli erano già abbastanza alti sull’orizzonte. Era stato sbalzato dall’esplosione fuori dalla grotta, a decine di metri dalla grotta. L’armatura, benedetta l’armatura dei cloni, ma … qualcosa doveva averlo difeso, probabilmente Kayla aveva usato la Forza per proteggerlo, perché se no il suo essere rimasto totalmente illeso non aveva senso.

Si rialzò ed entrò nella grotta, in cui le braci fumanti dei mostri e di quella agghiacciante mostruosità che riempiva la parete di fondo luccicavano ancora di sottili fili di fuoco. Persino lui, che non aveva mai percepito la Forza, sentiva che ora quel posto era diverso, pulito, libero. Trovò una spada laser di foggia stranissima, evidentemente quella della padawan rodiana. La raccolse, e poi, con la morte nel cuore, cominciò a cercare Kayla. Avrebbe avuto un funerale da Jedi. E poi la trovò. Ustionata, i brandelli dei vestiti ancora fumanti. Respirava, sembrava impossibile, ma respirava.

Forse … sì, forse poteva … la prese in braccio e, come pochi giorni prima, camminò verso una possibile salvezza con i lekku della donna morente che gli battevano sulla gamba.

 

Per prima cosa si rese conto di esistere. Fu strano, non sentiva nulla, ma sapeva di esistere. Poi seppe di essere Kayla Mak-Ara, maestra Jedi. E seppe che Lucky Boy era accanto a lei, non vedeva e non sentiva, a malapena capiva di essere distesa in verticale, ma lo sentiva. Lì, vicino a lei, il suo amore. Ecco, ora sentì la gioia, e poi ricordò l’esplosione. La Forza non aveva più quella macchia, l’aveva sconfitta. L’esplosione l’aveva presa in pieno e … aprendo gli occhi si rese conto di essere in una vasca di Bacta. Sì, era immersa in una vasca di Bacta, due sostegni sotto alle braccia, un respiratore sul volto. Non aveva dolore, e, fuori dalla vasca, Lucky Boy la guardava con un sorriso che diceva tutto dei suoi sentimenti. Lei allungò una mano davanti a sé, toccando il vetro e vedendo che la sua pelle, ancora segnata dalle ustioni, era quasi completamente guarita. Le due mani si sfiorarono dai due lati del vetro. Si riaddormentò in pace, sapendo che tutto sarebbe andato bene.

 

La nave, per fortuna, era praticamente intatta come gli era sembrata. E c’era una vasca di Bacta. Non ci aveva messo più di un’ora per riaccendere i sistemi secondari, e l’aveva messa lì con tutte quelle ustioni, più morta che viva. Già la mattina dopo aveva capito che stava migliorando, e che quel morbo che le avevano trasmesso i mostri era passato per sempre. Ora doveva solo riprendersi prima che i soli friggessero di nuovo i circuiti di lì a cinque giorni. Si era svegliata dopo quattro.

Intanto aveva riparato la vecchissima spada laser e, adesso, stava riparando le comunicazioni, per quelle a lungo raggio non c’era nulla da fare, ma se nel raggio di un paio di anni luce ci fosse stato qualcuno, avrebbero potuto comunicare con la Galassia.

 

Due giorni dopo lei era come nuova, la pelle blu come il cielo a mezzogiorno e liscia come seta, e infinitamente più gradevole da accarezzare. Sulla nave avevano trovato dei vestiti dalla foggia assurdamente antiquata che erano di taglie adatte a loro, ma bisogna ammettere che li avevano indossati davvero ben poco da quando lei era uscita dalla vasca. Tra poco meno di mezzora i due soli avrebbero di nuovo lanciato il loro lampo friggi circuiti e avrebbero dovuto staccare tutto, ma per ora … per ora se ne stavano sul letto, impegnati a fare l’amore, mentre si fissavano negli occhi senza dire nulla. Lucky Boy aveva sentito dire una volta che secondo alcuni antichi santoni le persone buone dopo la morte sarebbero andate in un posto incantato dove avrebbero rivissuto in eterno i momenti più felici delle loro vite. Ecco, se fosse stato tanto buono sarebbe stato proprio qui, a questo preciso istante. che sarebbe tornato. Ma, intanto, questo momento lo viveva e se lo godeva.

E fu proprio mentre stavano facendo l’amore che il comunicatore della vecchia astronave fece un bip. Si guardarono per un attimo, e tutti e due si sorpresero a vedere l’espressione dell’altro. Dolore, paura, tristezza. Quel bip voleva dire che la loro avventura era finita, basta Kayla e Lucky Boy, si tornava al generale e a CC-9762. Con la morte nel cuore lei si alzò e andò a rispondere. La voce era confusa, gracchiante, lei la riconobbe.

«Maestra Ayla, sei tu?» chiese alla voce che aveva segnalato di aver ricevuto una richiesta di soccorso.

«Kayla, sei tu? Ti hanno data per morta due settimane fa.» disse la voce che sembrava provenire, come in effetti era, da distanze siderali.

«La nave è esplosa nell’iperspazio, siamo sopravvissuti solo io e CC-9762.» disse lei e lui sentì una fitta nel più profondo del suo cuore, era tornato un numero di matricola. Non aver mai amato in vita sua andava bene, ma amare e tornare a quel nulla che era la sua vita di clone era un dolore straziante.

«Io sono su Felucia, adesso» disse la Maestra Secura, un’altra potente Jedi Twi’Lek, «Sto combattendo coi miei cloni, e dopo la battaglia avvertirò i soccorsi.»

Kayla lo guardò triste, ma prima che potesse dire qualcosa la Maestra Secura parlò di nuovo. «La guerra è finita, Kayla, Skywalker ha ucciso il Conte Dooku e Kenobi il Generale Greevious, stiamo ripulendo gli ultimi focolai di resistenza separatista!»

I due si guardarono sbalorditi. La Guerra era finita. A cosa sarebbero tornati? Che destino avrebbe avuto un soldato clone in una Galassia in pace?

«Ora devo andare,» disse la Maestra Secura «Io e i miei cloni dobbiamo passare in una specie di foresta di funghi enormi, e ci sono strani uccelli in volo. Finita la battaglia chiamerò il Consiglio per comunicare che siete su quel pianeta. Passo e chiudo.»

«Passo e chiudo.» le rispose Kayla. Si guardarono in silenzio, per metà felici per le buone notizie, per metà affranti per quello che potevano significare per loro.

«Io ti amo.» le disse lui per la prima volta. «Non voglio tornare ad essere un clone lontano da te.»

Lei si alzò e andò a prendere la zampa mummificata nell’altra stanza, la infilò in una borsa di cuoio in cui teneva le sue cose e se la appese al collo a mo’ di collana. «E io non voglio più essere una Jedi, se vuol dire stare lontano da te.»

I due soli stavano per sparare il loro lampo, avrebbero dovuto staccare le comunicazioni per non bruciare di nuovo i circuiti. Vi fu un altro bip, e poi una voce roca disse: “Comunicazione urgente per tutti i cloni: Eseguire …” e il lampo, incenerì i circuiti definitivamente.

«Chissenefrega di che ordine avrei dovuto eseguire!» disse lui, la prese in braccio e tornarono a letto.

Naturalmente, come avrete capito, Ayla Secura non ebbe modo di informare il Consiglio e nessuno arrivò mai sul pianeta a dividere i due innamorati, che vissero così insieme, per quanto è possibile a degli esseri umani, felici e contenti, ignari di quello che sarebbe successo nella Galassia per loro lontana lontana.

                                                                                       FINE

sabato 7 settembre 2024

Zombie stellari. Episodio III.

 

I nostri due eroi parlano con un vecchissimo wookie e vanno all'attacco degli zombie della Forza.

Buona lettura!


Il tè, di qualunque erba locale fosse fatto, era ottimo e dissetante, e lo wookie, per quanto vecchio e solitario da, aveva detto, qualcosa come quattro secoli, aveva perso il conto degli anni galattici standard, era un ospite squisito. La nave che li portava verso una colonia in fondazione aveva avuto problemi all’iperguida, e a tutti gli altri sistemi vitali, ed erano atterrati su questo sconosciuto pianeta con i gusci di salvataggio, alquanto più spaziosi di quelli che conosceva lui, visto che il wookie ci viveva ancora dentro, e, dopo pochi giorni lì c’era stata una tempesta solare che aveva fritto ogni apparecchio elettronico ancora funzionante. Erano bloccati al suolo, su un pianeta selvaggio, e nella più totale incapacità di comunicare col resto della Galassia. Anche perché, avevano scoperto, le tempeste solari erano regolarissime, ogni sei giorni, e quindi la tecnologia era, molto semplicemente, inesistente.

“A proposito,” venne scritto sul suo visore quando il vecchio gigante gli rivolse un lungo grugnito, “Guardi su quel foglio.” Lucky Boy si alzò e andò a guardare un grosso foglio bianco su cui si proiettava un sottilissimo raggio di sole attraverso un minuscolo forellino nel tetto, disegnando sulla superficie bianca una riproduzione ribaltata e incredibilmente nitida del sole, dei soli, anzi, che brillavano in cielo. I due cerchi luminosi, uno bianco e uno tendente al giallo aranciato, erano vicini, quasi si sfioravano.

“Si toccano?” fu la traduzione che apparve sul visore dopo un acuto latrato.

«Quasi. C’è un terzo del diametro del sole più piccolo di distanza.»

Lo wookie borbottò qualcosa e poi parlò a Kayla, si era capito che considerava, giustamente, lei la “mente” del gruppo.

Kayla lo guardò e gli disse: «Tra un giorno e mezzo, appena dopo l’alba, dovremo spegnere tutto, se vogliamo salvare i circuiti.»

«Lo so.» disse lui indicando il visore dell’elmo.

Lo wookie disse qualcos’altro, e Kayla annuì. Le aveva detto che anche la spada laser doveva essere spenta.

Era tutto molto interessante, davvero molto interessante, pensava Lucky Boy, ma … perché nessuno parlava dei mostri e del fatto che lei era stata contagiata?

«Kayla…» le disse alzando la mano come a scuola, «Non dovresti chiedergli delle tue ferite e di quei mostri?»

Lei bevve l’ultimo sorso della terza tazza di caffè e sorrise con una calma davvero da Jedi. A volte gli davano sui nervi, così freddi e distaccati. Non erano molto più sani di quella maniaca di Ventress, forse. Lei posò la tazza, si asciugò le labbra con un tovagliolo che doveva avere secoli, ma che era pulito come nuovo, poi chiese allo wookie cosa sapesse di quei mostri.

L’enorme essere peloso cominciò a parlare e lo fece per molto tempo, e quando finì i soli erano calati. Era stremato, povero vecchio, ma sembrava felice. Aveva raccontato la sua storia a chi, forse, avrebbe potuto salvare la sua gente.

Per farla breve, e non era stata affatto breve come storia, poco dopo essere precipitati lì avevano scoperto che nel deserto, nelle vicinanze di una strana collina di colore quasi nero, piante e animali non stavano bene e, spesso, si ammalavano e morivano. Quando la cosa era sembrata peggiorare erano partiti in tre, due coloni e una giovane padawan che viaggiava sulla loro nave per raggiungere il Maestro a cui era stata assegnata. Non erano mai tornati, o almeno non in condizioni normali. I due coloni erano tornati come esseri morti e assetati di sangue, e Forza, mentre la padawan, una giovane rodiana, non fu mai più vista.

Fuori era sempre più buio e Lucky Boy cominciava a preoccuparsi, anche se gli altri due continuavano a chiacchierare tranquilli. «Non dovremmo preoccuparci di quei mostri? È buio, ormai.»

Kayla lo guardò e, sorridente e tranquilla, gli disse: «Qui non possono entrare, né nel bosco né nel villaggio, direi.»

Ber’Nakka grugnì soddisfatto ed evidentemente stupito dalle capacità della donna.

«E perché?» chiese Lucky Boy che cominciava a sentirsi lo scemo del villaggio della situazione.

Lei sorrise di nuovo, poi indicò un ramo che entrava da una finestra all’altezza del tetto, un ramo dove dormiva, così ben mimetizzato con la corteccia da essere quasi invisibile, una specie di lucertola ricoperta da un fitto manto di pelo o piume marroni. «Quegli esseri sono cadaveri in qualche modo rianimati da una forma incredibilmente degradata e corrotta del Lato Oscuro della Forza, e qui, grazie a quell’animale, la Forza non c’è.»

«Cosa?»

«Questo animale è un ysalamiri,» disse alzandosi e andando ad esaminarlo da vicino, «Un animale che ha la particolarissima capacità di creare una bolla di non-Forza intorno a sé.» guardò lo wookie che la fissava soddisfatto e gli chiese: «Non è il solo in questo bosco, vero?»

«Nel bosco sono sei, e nelle colonne che contornano tutta la città sono murate le ossa dei loro antenati morti nel corso di questi quattro secoli.»

Lucky Boy si alzò e andò a vedere lo strano animale. Naturalmente lui non avvertiva nessun cambiamento, ma per Kayla doveva essere un’esperienza davvero traumatizzante. «E perché non andate fino dentro a quella collina con uno di quei cosi e la fate finita?»

«Perché, quando si arriva a cento metri dalla collina, l’Ysalamiri, semplicemente, si sbriciola e si trasforma in cenere.»

Kayla sbuffò esasperata e si prese il volto tra le mani. Scuoteva la testa e borbottava quelle che in lingua twi’lek dovevano essere parolacce, poi si rimise composta e disse: «Allora è una Vergenza. L’origine di quei mostri, qualunque cosa sia, si trova in una Vergenza.»

«Ed è un male?» chiese il clone.

Kayla lo guardò con un’espressione strana, poi guardò lo wookie gli chiese: «Quando ci sarà il lampo che brucerà tutti gli apparecchi elettronici?»

Lo wookie rispose che sarebbe stato appena dopo l’alba, a due albe da loro.

«E io quando comincerò a trasformarmi?» gli chiese mostrandogli la ferita gonfia e infetta sul braccio.

Lo wookie la guardò, toccò il braccio, annusò la ferita e disse: «Poco dopo. Forse due o tre ore dopo.»

Kayla girò avanti e indietro per il guscio trasformato in capanna, guardò l’animale che continuava a sonnecchiare e poi chiese al vecchio wookie: «Ce l’hai un pezzo di osso di quell’essere, uno di quelli che usate per proteggere il villaggio?»

Il vecchio gigante mise una mano su una mensola e diede una zampa con cinque dita dotate di artigli, mummificata fino a sembrare di legno, alla donna, che però gli disse: «A lui, grazie.» e poi prese la spada laser soppesandola. Sì, forse …

«Sei pronto per una missione disperata, soldato?» gli chiese.

«Poche possibilità di riuscita contro forze preponderanti e maligne?» le chiese lui con la spavalderia tipica dei cloni.

«Rischio di morte quasi totale, e un piano che fa acqua da tutte le parti.»

«Certo che sì, generale!»

Lei rise, una risata forte e sana, era ancora più bella mentre rideva. «E allora torniamo alla base, Lucky Boy, vediamo se quella zampetta ci proteggerà davvero e poi …» rimise a posto la spada laser e salutò il vecchio wookie che li aveva accompagnati alla porta «Facciamo un bel piano di quelli che non durano nemmeno per metà missione, come facciamo sempre noi Jedi.»

Uscirono nella notte buia rischiarata solo dalle tre lune e corsero verso la loro “casetta”, con lei che provava a vedere di quanto doveva allontanarsi per sfuggire all’azione disturbante dell’ysalamiri. Arrivarono a metà della notte, senza aver visto nessun mostro, e nessun mostro li avrebbe attaccati, con la zampa attaccata alla porta. Avevano 24 ore per pianificare la loro azione disperata, e per vivere. Non avrebbero certo sprecato quelle che potevano essere le ultime 24 ore della loro vita.

 

A dieci metri dalla zampa mummificata Kayla ricominciava a collegarsi alla Forza, ma era anche a quella distanza che le sue ferite peggioravano più velocemente. Però la vicinanza della zampa non fermava il peggioramento, lo rallentava semplicemente.

«Lucky Boy,» gli disse con la faccia seria, «Vorrei chiederti un favore.»

Lui scosse la testa e disse: «No, Kayla, non dirlo.»

«Lucky Boy, te lo sto chiedendo perché ti voglio bene e so che sei un uomo retto. Non costringermi ad ordinartelo,» si alzò e gli posò le mani sulle spalle guardandolo con molta tranquillità, con la serenità tipica dei Jedi, in realtà. «Lucky Boy, la malattia sta progredendo velocemente e non possiamo fermarla. Se non riusciremo a distruggere quell’alveare, o se ci riusciremo ma non guarirò, tu dovrai …»

«Non posso, non a te, no.»

«… dovrai ammazzarmi. Un colpo di blaster alla testa dovrebbe bastare. Poi brucerai il mio corpo.»

«Sì, generale.» disse lui con lo sguardo basso, poi la guardò con un mezzo sorriso e disse: «Che poi, con la missione suicida che stiamo progettando …»

«La speranza è tutto, Lucky Boy, la speranza e, dato il tuo nome, la fortuna.»

Risero, poi mangiarono una bella colazione sotto agli alberi mentre i due soli si alzavano nel cielo. Erano ancora più vicini, e il computer del visore dava loro esattamente 18 ore di tempo prima del momento del lampo elettromagnetico.

Finito di mangiare lei si avvicinò al laghetto e cominciò a spogliarsi. «Ti va di giocare un po’ con me nell’acqua, soldato?»

«Certo! Sono nato su un pianeta acquatico!» e corse in acqua lasciando una scia di indumenti e parti di corazza. Fu quasi un gioco, o una lotta, e finì sulla piccola spiaggia, all’ombra di quei grandi alberi simili a pini, con loro avviluppati a fare l’amore, gli occhi fissi uno nell’altra, baciandosi e bisbigliando parole d’amore, e poi, una volta finito, rimasero abbracciati, nudi sulla sabbia, godendosi semplicemente il contatto fisico con il corpo dell’altro. Poi, dopo un bel po’, lei gli disse «E ora, se permetti, ritiro la vincita per la scommessa.» e cominciò a fargli cose meravigliose che il nostro clone nemmeno aveva mai immaginato, facendo sembrare il sesso della mattinata precedente una cosa da nulla. Per la prima volta in vita sua Lucky Boy nato per combattere, uccidere, morire, seppe cosa voleva dire amare.

Amava quella meravigliosa Twi’lek, e null’altro nella Galassia poteva eclissare questa verità.

E poi … poi cominciò la routine di ogni missione, controllare le armi, pianificare le azioni, ricontrollare le armi, pianificare le azioni in caso di errori o imprevisti, seguire quelle piccole abitudini scaramantiche, come canticchiare l’inno dei cloni, o fare le flessioni, o infilare i calzini a rovescio perché così li aveva indossati per sbaglio la prima volta che era sopravvissuto alla Ferraglia separatista, o, per lei, meditare congiungendosi con la Forza vivente. E poi, al tramonto, la zampetta mummificata nello zaino, si diressero verso la collina dove stava il Male. Avevano un piano, avrebbe anche potuto funzionare, ma la tempistica era tutto.

Corsero in silenzio nella notte, alla luce delle lune che li guardavano con tutto il disinteresse delle cose inanimate. Corsero verso una probabilissima morte, insieme. C’erano prospettive peggiori.

 

Fu dopo un’oretta che cominciarono a vederli. Alcuni ancora simili ad umani, altri assimilabili a mummie e … non c’era una similitudine possibile per gli altri, i più vecchi. La forma del corpo umanoide, decaduta e decomposta all’inverosimile, era solo uno schizzo su cui era basata la figura del mostro. Ripensò alla sensazione provata mentre la lama rossa di Ventress lo trapassava dal petto alla schiena, a quella sensazione di morte, disperazione, dolore lancinante… vedere quegli esseri, quelle caricature di quello che erano stati era senza dubbio peggio.

«Cominciano a essere tantini, Lucky Boy, che ne dici di dare una bella sfoltita?» chiese Kayla fermandosi in un punto lievemente sopraelevato rispetto al resto della pianura brulla che stavano percorrendo.

«Per me va benissimo. Come facciamo?»

«Io con la spada laser falcio quelli vicini, tu stai attento che altri non si facciano sotto.»

«Sissignore.» disse lui e cominciò a puntare il suo fucile. Colpi facili, stavano lì, fermi, come i funghi di Felucia. Lei partì a tutta velocità, roteando la sua spada che riluceva verde nel buio, tagliando a metà quei corpi che cadevano al suolo sbriciolandosi, mentre lui colpiva, senza troppo sforzo, quelli che arrivavamo oscillando sui piedi da distante. In cinque minuti ne avevano ucciso diciotto.

Lei si allontanò passo passo dalla zampa di Ysalamiri fino ad uscire dalla bolla di attenuazione della Forza e si rilassò connettendosi al tutto. «Ce ne sono altri, lontani. La nostra meta è là, oltre quella cresta ricoperta di cespugli. Là sono … troppi.»

«La cosa non ci ha mai fermato, Generale!» disse lui controllando la carica del blaster. Sì, c’erano ancora “troppi” colpi.

Ricominciarono a correre ed arrivarono in vista di una collina alta e ripida, brulla come una luna bruciata dal sole, simile a una di quelle piramidi che quasi tutti i popoli della Galassia avevano prima o poi costruito. Lui prese in mano la zampetta mummificata e la vide diversa, come lievemente sfaldata ai bordi. Indietreggiò di un passo e la cosa si interruppe. Ecco il limite del potere di quella Vergenza. Il cielo, intanto, stava cominciando a passare dal nero al blu cupo, era il crepuscolo. Mezz’ora e sarebbe stata l’alba, mezz’ora e i due soli gli avrebbero fritto il blaster, se non fosse stato smontato.

Kayla gli si avvicinò, gli tolse il casco e lo baciò come se da quel bacio fosse dipeso il destino dell’universo. Avevano i secondi contati, letteralmente, ma tutti e due indugiarono più del dovuto. Caspita, era addirittura buona come sapore!

venerdì 6 settembre 2024

Zombie Stellari, episodio II

Ecco la seconda parte, della storia starwarsiana su Lucky Boy e Kayla. E, sì, mi piacciono le twi'lek, lo ammetto. Vorrei vivere nella Galassia lontana lontana solo per le splendide twi'lek.



Arrivò alle prime case mentre la prima delle lune tramontava a occidente, entrò nel villaggio camminando tra le case e si diresse alla parte centrale, dove si trovava una specie di piccola piazza. C’era una piccola fonte, riempì la borraccia e si sedette sul bordo di pietra. Non aveva visto nessun droide e nulla di elettrico, era la prima volta nella sua vita. Controllò di nuovo la trasmittente, nulla, se non il segnale di contatto della trasmittente del generale. Per quanto sembrasse folle cominciava a pensare che loro due fossero gli unici sul pianeta ad utilizzare tecnologia. Si tolse il casco per bere e vide un’ombra dietro alla tenda di una finestra. Qualcuno era sveglio e lo aveva visto. Attese, posando il blaster sul muretto, così non lo avrebbero visto come una minaccia, anche se la sua velocità nell’afferrarlo, mirare e sparare li avrebbe stupiti. Un’altra ombra, egualmente furtiva, e la stessa cosa nella casa vicina. Bevve dalla borraccia e la richiuse lentamente, facendo finta di non guardarsi attorno. Alla fine, una porta si aprì e uscì un uomo. Era un normalissimo umano, vestito con abiti di fibre naturali, gli mancava un dente. Aveva in mano una specie di forcone.

«Salve!» disse alzando la mano destra in segno di saluto.

L’uomo avanzò col forcone in mano, non tenendolo proprio puntato verso di lui, ma quasi. «Chi sei?» disse in un basic dall’accento quasi incomprensibile.

Lucky Boy si alzò con le mani in una posizione inoffensiva, ma non troppo distanti dal suo blaster che aveva ripreso con un movimento veloce, ma non troppo minaccioso. «Sono CC9184, un clone del Grande Esercito della Repubblica Galattica.»

L’uomo lo guardò come se avesse parlato nella lingua degli Hutt, avanzò di un passo e non abbassò il forcone. «Non ho capito una sola parola, soldato. Hai un nome? Per chi combatti?»

«Sono CC9184, Lucky Boy,» disse alzando le mani «Sono un soldato della Repubblica Galattica, combattiamo contro la Federazione Separatista.»

«Repubblica Galattica? Hai esagerato con il latte di bacta fermentato?»

Lucky Boy alzò ancora di più le mani e fece il sorriso più amichevole che la sua faccia permettesse, evitò di ridere come quel suo fratello di nome Gregor che aveva conosciuto un anno prima, perché quella risata era abbastanza antipatica. «Questo pianeta fa parte della Repubblica, dei Separatisti o è indipendente?»

«Questo pianeta non fa parte di niente, non c’è nient’altro, idiota in armatura!»

Lucky Boy sorrise deglutendo, di solito chi lo offendeva passava i minuti successivi a raccogliere i suoi denti da terra, ma lui e il generale avevano bisogno di aiuto. Altri erano usciti dalle case, umani, un paio di Togruta, e un tizio che sembrava essere parzialmente Twi’lek. Non potevano essere dei primitivi mai raggiunti dalle astronavi, questi erano scesi da una nave, purtroppo un bel po’ di tempo prima.

«Avete dei Jedi, qui?» chiese.

«No, qualunque cosa essi siano.» gli rispose l’uomo, ma tra i Togruta c’era una bimba che sussultò alla parola Jedi. «Tu sai di cosa parlo, vero piccola?»

La bimba annuì e guardò i genitori, la madre le fece cenno di parlare. «Nel bosco c’è il vecchio Ber’Nakka, lui a volte parla dei Jedi.»

Lucky Boy pensò che il nome sembrasse da wookie, e i wookie sono molto longevi, tipo sei volte un umano … «E Ber’Nakka è uno wookie?»

La bimba parve non capire e si nascose dietro alla gamba della madre. «Ber’Nakka è molto alto e ricoperto di peli?»

La piccola annuì.

«Ed è molto, molto vecchio?»

«Quell’uomo dei boschi è un vecchio pazzo che racconta follie su navi nel cielo e gente con poteri magici.» disse il padre della bimba.

«E dove posso trovarlo?» chiese Lucky Boy.

«Tra il fiume e le porte del villaggio c’è un bosco, ci devi essere passato vicino venendo qui, lui vive dentro alle rovine della sua “nave”» disse l’uomo col forcone sottolineando, con un’espressione di divertito disgusto, cosa pensava delle folli storielle del vecchio wookie.

«Grazie, vado a parlare con Ber’Nakka. Ringrazio tutti voi per l’aiuto.»

«Non puoi andare adesso, però.» disse la madre della bimba.

«E perché?»

Si guardarono come dopo aver sentito l’idiozia più grande di tutto l’Orlo Esterno, poi l’uomo col forcone gli disse: «Perché col buio ci sono in giro i Wenpr, tenteranno sicuramente di mangiarti vivo.»

Lucky Boy senti gelarsi il sangue pensando a Kayla là da sola, ancora debole per le ferite e la disidratazione.

«Che animali sono?»

«Non sono animali, e il deserto, di notte, è loro.»

Li guardò, si mise l’elmo e urlò: «Grazie dell’aiuto, amici!» mentre correva verso la porta del villaggio.

«Non andare, soldato!» disse il padre della bimba.

«Il mio generale è in pericolo, è mio dovere rischiare la morte, per salvarla.» e corse via senza poter sentire la risposta dell’uomo, che fu «Ma non moriresti, purtroppo.»

21 chilometri, in lieve salita. Poteva farcela in un’ora e venti, ma sarebbe arrivato talmente stremato da non poter combattere. Si sforzò di rallentare un po’, mentre lei, forse, aveva bisogno del suo aiuto. Sarebbero stati sicuramente i momenti peggiori della sua vita.

 

Meditò così profondamente da diventare parte della Forza di quel luogo, sentì la Forza nel vento, nella gravità tra il Pianeta e le sue lune, avvertì i due soli che, avvinti in una danza infinita, illuminavano adesso l’altra faccia del pianeta, sentì i lombrichi sotto alla casa, delle balene-rettile che saltavano furo dall’acqua a centinaia di chilometri da lei, i cuccioli di un predatore che, oltre il deserto, succhiavano il latte dalla madre che dormiva tenendoli tra le sue zampe. E sentì Lucky Boy, era terrorizzato, correva verso di lei, in mezzo a mostri che lo fissavano tra le tenebre. Mostri che, spaventati dal suo arrivo, stavano per attaccarla. Erano intorno a lei, molti, potenti, affamati. Si rilassò ancora di più, lasciò che il terrore, che naturalmente provava, la attraversasse come l’acqua passa attraverso un tessuto leggero, divenne una cosa sola con quella casa, ne sentì ogni muro, ogni angolo, ogni caratteristica, e aspettò. Sfondarono la porta e la attaccarono, in tre, altri due erano dietro alla finestra alla sua destra. Con gli occhi chiusi li osservò avvicinarsi, terribili, famelici, terrorizzati dal suo potere che desideravano e temevano. Non erano animali, e non erano umani. Qualunque cosa fossero stati, non lo erano più da molto tempo. Il primo di loro si avvicinò per toccarla e lei, con calma, attirò a sé la spada laser, fu questione di un attimo, l’artiglio dell’essere la toccò e la sua zampa cadde a terra. In piedi in mezzo alla stanza, circondata da quegli esseri che sembravano cadaveri grigi incrociati con animali predatori, aspettò che l’attacco ricominciasse. Quando accadde lei fu così lesta da decapitare due di quegli esseri, ma l’altro la colpì mandandola a cozzare contro la parete. Lo spinse via con la Forza, ma gli altri due le furono addosso dopo essere praticamente ruscellati all’interno attraverso la finestra. Richiamata a sé la spada riuscì a infilzarne uno nel torace, ma gli altri la morsero e sentì come un gelo entrarle dentro. Fu il terrore a paralizzarla, un terrore mai provato, fino a che i colpi del blaster la sorpresero anche più di quanto avevano sorpreso i mostri che avevano ucciso; Lucky Boy, ansimante, quasi piegato in due dalla fatica, era fermo sulla porta e la fissava.

«Generale! Kayla!»

Lei usò la Forza per liberarsi dal peso di quei corpi, il loro odore e una specie di orrenda bava che essudava dalla loro pelle morta la ricoprivano, e si sentiva come svuotata, ma era viva. Si espanse nella Forza, vi erano altri di quegli esseri, li sentiva, ma non lì vicino, per un po’ erano al sicuro. «Tranquillo Lucky Boy, sto quasi bene.» disse e si alzò in mezzo a quei corpi che sembravano sfuggire alla possibilità di una descrizione. «Ho solo bisogno di un bel bagno in quello splendido laghetto, mi hanno ricoperto di marciume.» disse e gli passò accanto dandogli una pacca sulla spalla. Camminò nel buio e, arrivata al laghetto, fece cadere la coperta che aveva indossato come un kimono ed entrò in acqua tentando di far andare via paura, dolore e gelo. Non fu facile, perché quegli esseri, quando l’avevano morsa lasciandole dei piccoli segni insanguinati, le avevano portato via un po’ del suo potere. Quelle cose morte si nutrivano di Forza. Rimase in acqua, braccia e gambe aperte a galleggiare facendo la morta, riconnettendosi al Tutto, mentre Lucky Boy, stremato e terrorizzato, stava in piedi, di guardia, sulla riva.

 

Dopo un po’, già il crepuscolo lasciava spazio all’aurora che colorava di rosa il cielo a oriente, uscì dall’acqua e, con un movimento aggraziato, si ricoprì con la coperta mentre Lucky Boy, con fare eccessivamente disinvolto, guardava da un’altra parte come se avesse sentito un qualche rumore. Malgrado la preoccupazione per l’aggressione subita e la certezza che molti altri di quegli esseri fossero ancora intorno a loro, sorrise del timido imbarazzo di quel soldato. Nato per combattere, cresciuto in mezzo a centinaia di migliaia di copie di sé stesso, aveva passato i primi dieci anni di vita, corrispondenti a venti di un uomo comune, conoscendo solo delle kaminoane, dall’aspetto alieno con la loro altezza e la loro pelle da anfibio, e, forse, la sua collega Shaak Ti, di stanza su Kamino per controllare le nuove schiere di cloni, e ora, a un’età corrispondente a  forse venticinque anni, si trovava incastrato in una situazione assurda e pericolosa con una Twi’lek come lei, per natura bella e disinibita in una maniera quasi disturbante per tutti i maschi umanoidi della Galassia. Poveraccio, le faceva quasi pena.  «Vieni, Lucky Boy, abbiamo da fare un lavoro sgradevole.»

«Sì, signora.» le rispose seguendola a passo di marcia. Sì, sorrise, anche quell’eccessiva formalità e quel comportamento da soldato alla sfilata erano evidentemente un modo di proteggersi da pensieri che era stato educato a considerare inaccettabili. Entrata nella capanna si mise ad esaminare i corpi. Di base erano umani, senza dubbio, e uno era stato un twi’lek, come lei, anche se il suo corpo era così mutato che non riusciva nemmeno a capire di che sesso o di quale età. I due lekku erano caduti, lasciando solo delle orribili cicatrici melmose sul retro della testa. Anche negli altri le parti molli e sporgenti, come nasi, orecchie, seni, genitali, erano ormai cadute da un’enorme quantità di tempo. Le dita erano artigli e le bocche … con un dito sollevò quelle labbra trasformate quasi in una proboscide … sembravano bocche da lumache, con una miriade di minuscoli denti affilati su tutta la superficie. Anche ora, da morti, i loro corpi avvampavano di Forza, una Forza ancora più letale del Lato Oscuro, una Forza degradata e marcia. «Bruciamoli!» disse alzandosi al soldato, poggiali su una coperta e portali fuori, «Io,» disse accendendo la spada laser «Taglio la legna.»

Appena fuori dall’area verde, al sole nel deserto pietroso, adagiarono quella specie di vampiri della Forza sulla pira e, con il blaster, accesero il fuoco. L’odore fu indescrivibile, un odore di morte e lerciume secolare, ma lei avvertì che le fiamme stavano cancellando quella Forza oscena e degradata, quell’abominio che superava persino l’odio e il dolore dei Sith.

«Perché non mi hanno attaccato, nel deserto, Signora?» chiese Lucky Boy mentre le fiamme riducevano in cenere quelle mostruosità.

«Si nutrono di Forza, Lucky Boy, avvertivano la mia connessione con la Forza e il mio fattore M da lontano, mi hanno puntata già quando mi hai portato qui praticamente moribonda. Voi cloni siete molto poco ricettivi alla Forza, per loro eri quasi invisibile.»

«Ce ne sono altri?»

Lei si aprì totalmente, divenne ricettiva come un’antenna, connettendosi a tutto intorno a sé. Inspirò e guardò verso una montagna in mezzo al deserto, in una direzione molto diversa da quella da cui loro erano arrivati. «Ce n’è un nido intero, un alveare. E … c’è qualcosa peggiore di loro, lì. Una Regina.»

«E se si nutrono di Forza …» le chiese a bassa voce con il suo elmo sotto il braccio «Le hanno fatto male? È ancora…»

Lei sospirò, lo guardò e sorridendo disse: «Mi hanno fatto male, Lucky Boy, e sono davvero molto debole, ma la Forza mi sta aiutando. La Vita di questo pianeta mi sta curando.»

Mentre tornavano alla capanna lei gli chiese cosa avesse trovato al villaggio.

«Gente strana, probabilmente i loro antenati sono arrivati qui secoli fa e qualcosa ha distrutto tutto quello che avevano di tecnologico. Non sanno niente della guerra, della Repubblica, di altri pianeti abitati. Però mi hanno detto che c’è un vecchissimo wookie che straparla di stranezze come le mie, stavo andando a trovarlo quando mi hanno detto che c’erano dei mostri in giro.»

Lei guardò i soli che si stavano appena alzando nel cielo, avevano tutto il tempo che volevano, prima del tramonto. E lei aveva bisogno di vita, connessione, distrazione. Doveva esorcizzare in qualche modo tutta quella morte che l’aveva toccata, non lasciarsene nemmeno lontanamente infettare. C’era un modo.

«Ci andiamo dopo, ora ho bisogno del tuo aiuto.»

«Ai suoi ordini, Generale!» disse lui scattando sull’attenti e lei entrò nella capanna. Lui la seguì e rimase interdetto, ma ormai non troppo stupito, quando si tolse il kimono, sapeva che era molto impudica, ma rimase praticamente senza fiato quando lei gli tolse l’elmo dalle mani e cominciò a sfilargli pezzi di armatura.

«Generale…» le disse con voce strozzata e col viso quasi color porpora «Io non penso che …»

Lei smise di aprirgli la cerniera che chiudeva la tuta nera che indossava sotto all’armatura, lo guardò dritto negli occhi, come tutte le Twi’lek era alta, si avvicinò a lui e, a bassa voce disse: «È una cosa di cui ho davvero bisogno, Lucky Boy, davvero, ma se non vuoi mi fermo e ti chiedo scusa.»

Lui guardò quegli occhi enormi, dalle iridi verdi, guardò quel corpo perfetto, i seni di lei appoggiati al suo petto, deglutì e disse: «Se ne ha davvero bisogno, Generale io …»

«Non è una corvée, Lucky Boy, e non sono un generale che ti dà un ordine. Quello che voglio sapere è,» e gli sfiorò la pelle del collo con le labbra «Tu mi vuoi?»

Lui annuì e si baciarono.

 

Le esperienze con quelle tre prostitute nelle sue rare visite ai bordelli semi ufficiali del Grande Esercito Repubblicano erano state solo in parte soddisfacenti, non molto diverse, sinceramente, da una buffa e meccanica attività ginnico/idraulica. In più, rischiando di mettersi a ridere sul più bello, si era sorpreso a pensare cosa passasse per la testa di una donna che, per lavoro, trascorresse diverse ore al giorno ad accoppiarsi con infinite copie dello stesso uomo. Probabilmente i Kaminoani e il Jedi Sifo-Dyas non avevano minimamente pensato a questo tipo di umanissime necessità dei cloni. Ma il Generale … Kayla, poteva chiamarla Kayla, per la Forza, non pensava che una donna potesse essere così.

Era flessuosa come un serpente, ma in senso positivo, la sua pelle era come seta di Naboo, i suoi seni … ogni suo movimento ne cambiava impercettibilmente la forma, parevano vivi, due perfette e meravigliose forze della natura. E cosa dire della sua schiena, ora che, addosso a lui, inarcata, con i due lekku, morbidi, sudati, leggeri e sensuali che gli si muovevano sul petto e sul collo, la sua schiena liscia, lucente, percorsa, sotto alla pelle blu da guizzanti muscoli, e le sue gambe, lunghe, quasi innaturalmente lunghe, con cosce forti, tornite, sottili ma muscolose, strette intorno ai suoi fianchi, le piante dei piedi rivolte verso di lui, di una sfumatura di blu così chiara da scolorare quasi nel rosa, e il suo sedere, no, non aveva mai immaginato che potessero esistere due natiche così belle, tonde, forti, sensuali, che si contraevano a ogni suo movimento. All’improvviso lei si staccò da lui e cominciò a baciarlo, coricata addosso al suo corpo.

Evidentemente molto più esperta di lui riuscì a portarlo più volte quasi al culmine del piacere, in molti modi sorprendenti, prendendosi per sé tutta la soddisfazione sessuale possibile. E poi, mentre si guardavano negli occhi, finalmente lo lasciò terminare, stravolto e quasi ebbro e gli si coricò accanto, ansante, sudata, stremata, abbracciandolo e poggiandogli fronte e lekku sul petto.

Ora, in effetti, gli sembrò di meritare davvero il suo nome.

 

La mano di lei accarezzava pigramente la spalla e il pettorale di Lucky Boy, mentre lui passava le dita sul lekku caldo e sudato di lei, poggiato di traverso sul suo petto. Quella parte, così aliena, così strana, che avrebbe potuto, in altre occasioni, fargli quasi ribrezzo, gli pareva così naturale, così connaturata a lei, da risultargli irresistibilmente cara. Lei sembrava quasi sonnecchiare, uno dei seni appoggiato pesantemente contro le sue costole, respirando lentamente, quando, tutto ad un tratto, gli chiese: «Perché diavolo ti chiamano Lucky Boy?»

«Qua.» disse lui indicando una lieve infossatura alla destra del suo sterno, pallida, glabra e rosata in mezzo alla sua pelle olivastra e pelosa.

Lei sollevò la testa e guardò allargando gli occhi in segno di sorpresa. «Un colpo di blaster lì, e sei sopravvissuto?»

Lui ridacchiò e disse: «È una lunga storia, Kayla, e non comincia con un blaster.»  si sollevò a sedere voltando la schiena verso di lei. In corrispondenza della cicatrice sul petto una cicatrice simile, ma appena più grande e irregolare, spiccava sul dorso muscoloso a destra delle sporgenze della sua colonna vertebrale.

«Una spada laser?» chiese a voce alta lei, lui si coricò di nuovo e, sorridendo alla vista della sua espressione sorpresa, e gustandosi la vista di quel corpo meraviglioso coricato accanto a lui, sollevata su un gomito era stupenda, le disse: «Conosci Asaj Ventress?»

Lei si sedette a gambe incrociate fissandolo e rispose: «L’assassina di fiducia del Conte Dooku, certo.»

«Sai cosa fece Ventress al comandante Colt durante la battaglia di Kamino?»

Kayla fece una smorfia, tentò di riportare alla mente una cosa ascoltata casualmente molto tempo prima, poi disse: «Lo infilzò con la spada e lo baciò mentre moriva?»

«Esatto. Quell’atto da maniaca divenne una specie di suo marchio di fabbrica, o almeno così si raccontava tra noi cloni e, prima di andare in battaglia, scherzavamo sempre su chi sarebbe stato il “fortunato” che sarebbe morto con le labbra di Ventress stampate sulle sue.» sorrise di nuovo, quasi con una punta di nostalgia divertita, e poi continuò: «E, durante una ininfluente battaglia su una luna di un pianeta di cui nemmeno gli abitanti ricordano il nome, il “fortunato” di turno fui io.»

«Se ti devo dire, mi sembra una cosa agghiacciante.» disse lei accarezzandogli il braccio e coricandosi poi di nuovo accanto a lui.

«E lo è stata. Aveva fatto una strage di miei fratelli, poi mi ha fissato con quegli occhi freddi come il ghiaccio, mi ha sollevato per aria e trascinato a sé con quella maledetta lama rossa che mi è passata attraverso come un dito nell’acqua e, mentre quel fuoco solido mi bruciava nel petto, mi ha baciato con voluttà. Non era nemmeno brutta, vista così da vicino, quella strega.»

«E poi?» e, sollevata di nuovo su un gomito, lo guardava in faccia.

«E poi mi sono svegliato in una vasca di bacta. Ero stato davvero fortunato, la lama rossa aveva sfiorato, ma non lesionato, cuore, spina dorsale, vene, arterie e fibre nervose, bruciando solo un minuscolo angolo del mio polmone destro. Da qui … Lucky Boy.» e le sorrise.

«Che ragazzone fortunato!» disse Kayla appoggiandogli pesantemente un seno sul petto e dandogli un bacio sulle labbra. Lei era più bella di quella strega, vista così da vicino. Mentre le loro lingue si inseguivano in una danza tra i loro denti lei gli montò di nuovo addosso ricominciando a muoversi su di lui con gli occhi fissi nei suoi. Fu una cosa più dolce, più lenta e più intima, questa volta, ma non fu meno bella. E, per un brevissimo istante, alla fine furono entrambi tutt’uno con la Forza, uniti e partecipi alla vita di tutta la Galassia. Dopo, mentre quasi si stava assopendo tenendola tra le braccia, Lucky Boy pensò che l’ora più calda dovesse essere quasi passata. La tregua da quella guerra, quella meravigliosa tregua alla guerra che per lui era la ragione stessa della sua vita, era finita. Ma rimasero ancora lì, abbracciati, ma, di nuovo, separati.

 

Si svegliò di colpo. Non si era nemmeno accorto di essersi assopito. Lei non c’era e la porta era aperta, indossò i pantaloni e uscì. Lei era accanto al laghetto, la coperta di nuovo indossata come un kimono, stava meditando nella tipica posizione dei Jedi, inginocchiata e con la schiena verticale, le mani appoggiate sulle ginocchia, gli occhi chiusi e un atteggiamento tanto calmo da sembrare una statua. Il kimono era bagnato e impronte di piedi umidi portavano dal lago a lei. Anche lui entrò in acqua e nuotò un po’, ripulendosi dal sudore, dalla fatica, dal sesso con lei. Non mancavano più di quattro ore al tramonto era quasi l’ora di …

«Dobbiamo prepararci per andare da questo wookie.» disse lei senza cambiare posizione, gli occhi ancora chiusi.

«Kayla, è una marcia molto lunga, ce la fai o sei ancora…»

Lei lo guardò sorridendo e disse: «Io veramente avevo intenzione di farla di corsa, Lucky Boy… pensi riuscire a starmi dietro?»

«Cosa sarebbe, una sfida?» le chiese stando immerso nell’acqua fino al collo e gustandosi quel fresco meraviglioso e rigenerante.

«A dire il vero sarebbe una missione, soldato.» gli disse alzandosi, e poi, prima che lui potesse uscirsene con un “Signorsì signora!” ammiccò sorridendo e dirigendosi, meravigliosa con addosso quella specie di straccio, verso la capanna. Lui uscì dall’acqua, si asciugò con una salvietta che lei doveva aver portato fuori mentre lui dormiva e si infilò i pantaloni. Si sentiva come nuovo, appena uscito dalla provetta, avrebbero detto i suoi fratelli con il tipico umorismo kaminoano dei cloni. Quando entrò nella stanza la trovò già perfettamente vestita, il generale Jedi Kayla Mak-Ara era tornata, ora sarebbe stato meglio far tornare molto in fretta anche il soldato CC-9762.

Una decina di minuti dopo erano nel deserto, e stavano davvero correndo; coi Jedi era così, era straordinario averli come comandanti, ma bisognava sempre sforzarsi di stare al loro livello.

 

A metà strada si fermarono per bere, anche se in realtà sembrava che lei lo avesse fatto solo e soltanto come forma di cortesia nei suoi confronti, e lui notò una scottatura rossastra sul braccio di lei, intorno al morso che le aveva dato uno di quei mostri orrendi, la pelle era violacea, forse un po’ gonfia.

«Fa male?» le chiese indicando la lesione.

«Un po’, brucia un pochino.» poi prese dal suo equipaggiamento una dose di monocl-ant, la medicina che bloccava tutte le infezioni, la iniettò accanto alla ferita e disse: «Questa cura anche un morso di drago Krait.»

«Certo, se si trova ancora un corpo in cui iniettarla.» e risero sotto al sole ormai basso sull’orizzonte. Bevvero ancora a turno dalla borraccia, poi lei gli diede una pacca sulla spalla e disse: «Facciamo una gara a chi arriva prima?»

«Cosa vinco, se arrivo per primo?»

Un sorriso malizioso, molto malizioso, fu l’unica risposta della donna dalla pelle blu, che poi partì di corsa. Si sentì molto motivato a raggiungerla, ma davvero molto motivato.

Naturalmente arrivò prima lei, fresca e riposata dopo una ventina di chilometri di corsa, lui la guardava, le mani sui fianchi, ansimando, all’ombra degli alberi dove doveva vivere il vecchio wookie, lei gli sorrise e, parlandogli all’orecchio, disse: «Poi ti dico cosa ho vinto.» e di nuovo ammiccò e sorrise maliziosamente. Per la Forza, quanto amava quel pianeta pieno di mostri letali!

Il bosco era incredibilmente fitto, per trovarsi accanto a un deserto, ma dal terreno sgorgavano innumerevoli sorgenti che dovevano evidentemente confluire poi nel grande fiume, comunque c’era fresco e buio, una cosa stranissima dopo ore sulla sabbia e le pietre sotto a un sole implacabile, e la cosa gli sembrava buona, perché le scottature di lei erano aumentate. Avanzarono in fila, lei davanti e lui, il blaster in mano e l’elmo in testa, quattro o cinque passi dietro di lei.

Lui avvertì la presenza di qualcuno che li osservava, lei, naturalmente l’aveva percepita almeno cinque o sei secondi prima, ma, per quanto si guardassero intorno, non riuscivano a vedere nulla. Poi, alle loro spalle, un rumore forte, ma ovattato. Si voltarono e videro un’immagine davvero notevole. Uno wookie, alto più di due metri, dal pelo marrone così brizzolato da sembrare come ricoperto di neve, e di una magrezza estrema, impressionante, quasi. Quando aprì la bocca per salutarli con un barrito in Shyriiwook mostrò una linea ininterrotta di gengive rosee. Gli occhi erano velati dalla cataratta, anche se ancora funzionanti.

Kayla unì le mani con il pugno destro dentro alla mano sinistra, si inchinò ed emise un suono che assomigliava davvero tanto a quelli emessi dai wookie. Era la prima volta che sentiva un umanoide parlare quella lingua. Anche lo wookie rimase stupefatto ed evidentemente soddisfatto dalla cosa, e le rispose con un verso che il traduttore del casco tradusse in “Parla pure nella tua lingua, giovane Jedi.”

Poi l’enorme essere peloso si voltò, lo guardò e disse nella sua lingua animalesca: “Tu e il tuo amico mandaloriano potete venire con me, stavo per bere un tè.”

Pensò di poter sopportare di essere stato confuso con un mandaloriano, Jango Fett lo era, in effetti, e la sua armatura era ispirata alla sua.

Mentre camminavano in un sentiero molto pulito insieme a Ber’Nakka lui guardò Kayla e scosse la testa. Grugnì e latrò con lo sguardo triste e lei gli rispose di nuovo in Shyriiwook, forse sperando che lui non sentisse, ma il suo casco aveva tradotto tutto. “Vedo che i Wenpr ti hanno morsicata e hai già cominciato a trasformarti.” Aveva detto il vecchio gigante e lei aveva risposto “Me ne sono accorta da almeno tre ore.”

Ecco, ora non si sentiva affatto Lucky Boy, proprio per niente.